Schietto, comunicatore spontaneo e rude. Severo. Brusco anche con chi aveva scelto lui per un difficile percorso di recupero negli anni nei quali una generazione di giovani e di meno giovani era affogata nell’eroina.
La scomparsa di don Antonio Mazzi suscita ricordi differenti, molto legati al suo atteggiamento che non faceva sconti a nessuno.
Era uno dei sacerdoti che dagli anni Settanta si era trovato a fronteggiare le emergenze di un mondo giovanile in subbuglio, travolto da miti politici e non solo politici.
Era stato un grande organizzatore: si può dire, quasi un imprenditore della solidarietà.
Nel 1984 aveva fondato la comunità Exodus con un piglio che era apparso subito diverso da quello che caratterizzava altri presbiteri impegnati come lui ad affrontare un’emergenza che non dava speranze. In lui c’era un pragmatismo legato soprattutto all’amore verso quel mondo che aveva perso la fede e la famiglia, che nella scuola non trovava una risposta univoca (tanti insegnanti, tante idee, anche sulla droga), e nello Stato, soprattutto il tentativo di risolvere il grande disagio oscillando tra proibizionismo e l’utilizzo talvolta spregiudicato dei mezzi della sanità pubblica (i SerT).
Tuttavia a muoverlo non era solo l’attenzione verso il tema della droga, quanto piuttosto il vuoto dei valori che stava caratterizzando tutta una generazione. E la sua denuncia era arrivata a tutti: sapeva parlare alla gente in modo accattivante, dare speranza, ma anche pretendere da chi entrava nella sua grande comunità il rispetto per un percorso difficile verso un riscatto tutto da conquistare (non per niente aveva scelto quel nome che faceva riferimento al durissimo cammino del popolo ebraico verso la terra promessa).
Aveva comunicato con tutti attraverso la radio, la televisione, la carta stampata, gli incontri con la società e la politica. Era stato anche a incontri organizzati dalla Dc e da Forze Nuove. Chi c’era ricorda il suo intervento alla conferenza nazionale della Dc ad Assago nel 1991. In un clima di progressivo distacco tra partito e autorità ecclesiastiche, aveva accettato di portare il disagio di una generazione e ricordare la sua esperienza. C’erano con lui alcuni collaboratori che cercavano, senza successo, di trovare tra i partecipanti persone disposte a condividere la sfida e fondi per la sua iniziativa. Nell’intervento don Mazzi non aveva lesinato critiche, una reprimenda aspra ma intrigante, per l’incomprensione mostrata dai presenti verso un mondo che avrebbe dovuto essere l’obiettivo di tutta una politica sociale.
Carlo Donat-Cattin era mancato da alcuni mesi e noi sentivamo che con lui era finita anche una parte della storia della Dc, e si preparava un tempo nel quale la politica avrebbe anche potuto fare a meno del nostro partito.
Tuttavia, al momento della creazione della Fondazione intitola a Carlo Donat-Cattin, don Mazzi, era stato tra i promotori dell’iniziativa insieme con personalità politiche e sindacali tra le più autorevoli del tempo (con i familiari del ministro dello Statuto dei lavoratori, c’erano stati Lombardini, Marini, Morgando, Porcellana, Spadolini e altri noti e meno noti).
In qualche modo la sua adesione ci era parsa il segno di un modo di essere che non era tanto di avversione quanto di incitamento verso chi tentava, con maggiore o minore successo, di indirizzare le istituzioni verso una politica più attenta alle difficoltà degli ultimi.
Giorgio Aimetti
Invitiamo i nostri lettori ad aderire al desiderio di don Antonio, per chi lo volesse può trasformare il proprio omaggio in un aiuto concreto per i suoi ragazzi, sostenendo le comunità di accoglienza e i progetti educativi, attraverso una donazione a favore di Fondazione Exodus don Antonio Mazzi Ets.