
Mariapia Donat-Cattin
Un archivio come specchio di un uomo, un partito, un Paese
A Montecitorio si presenta il volume dedicato alle carte di Carlo Donat-Cattin: 2500 lettere, quarant’anni di storia repubblicana e il ritratto, ancora sorprendentemente attuale, di un leader “scomodo” della Democrazia Cristiana
di Giulio Steve
C’è un dettaglio, tra i tanti raccontati giovedì 14 marzo 2024 nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, che dice più di mille analisi politiche: Carlo Donat-Cattin, ministro della Repubblica, il giorno del giuramento non andò a votare. Andò dal barbiere. È un aneddoto familiare, quasi uno scherzo, ma è anche la chiave con cui si può entrare in un archivio di seimila e più documenti e in un libro di quasi seicento pagine che oggi restituisce agli storici, e a chiunque voglia capire l’Italia del secondo dopoguerra, la vita di uno degli uomini più originali e meno addomesticabili della Democrazia Cristiana.
Il volume, curato da Claudio e Mariapia Donat-Cattin con l’inventario a cura di Valeria Mosca, è il punto d’arrivo di un percorso trentennale: quello della Fondazione nata a Torino nel 1992, un anno dopo la morte del senatore piemontese, proprio intorno alle sue carte e alla sua biblioteca. La pubblicazione, edita da Edizioni Lavoro, non segue i canoni classici degli inventari archivistici: si divide in due parti speculari, una prima antologia di documenti organizzata per sezioni tematiche e introdotta da saggi di contestualizzazione, e una seconda che offre la versione sintetica dell’Inventario vero e proprio. Una scelta che, come ha ricordato Francesco Malgeri, autore dell’introduzione, permette al lettore di ripercorrere un cammino umano, sindacale, politico, giornalistico e di governo lungo quasi mezzo secolo.
Ad aprire i lavori è stato il presidente della Camera Lorenzo Fontana, che ha sottolineato come Donat-Cattin, pur muovendosi spesso nel campo del realismo politico, non abbia mai tradito i principi cristiani di libertà, dignità della persona e giustizia sociale che ne hanno guidato l’intera esistenza. Un tratto, quello della fedeltà ai valori più che alle convenienze, che è tornato in ogni intervento della mattinata.
Mariapia Donat-Cattin ha ricordato la genesi del progetto, nato da un’intuizione del fratello Claudio, scomparso di recente e più volte evocato con affetto da tutti i relatori come l’artefice silenzioso di trent’anni di lavoro di ricostruzione storica. Ha raccontato di un padre “vulcanico”, disordinato solo in apparenza nella gestione delle proprie carte, in realtà capacissimo di tenere insieme, dentro ogni fascicolo, fili che attraversavano decenni: dall’idea di legge sindacale allo Statuto dei lavoratori, dall’anticomunismo convinto a un antifascismo mai negoziabile. Tra le carte restano fuori dal volume, per scelta, le 2500 lettere della corrispondenza privata, di cui si è dato solo un piccolo assaggio: sette missive e un biglietto di auguri, curiosamente, indirizzato ad Andreotti, a testimonianza di un rapporto tutt’altro che soltanto conflittuale.
Il ricordo più partecipato è arrivato da Rosy Bindi, che ha ammesso di aver conosciuto Donat-Cattin “da lontano”, nella propria giovinezza politica, per poi scoprirlo “da vicino” proprio grazie a queste carte. Ne ha tratteggiato la formazione nell’Azione Cattolica dei rami popolari, lontana dagli ambienti intellettuali che avevano forgiato altri leader democristiani, e ha insistito sul nodo che per lei resta ancora oggi irrisolto: perché la sinistra sociale della DC, di cui Donat-Cattin fu guida indiscussa, si sia trovata quasi sempre distante dalla sinistra politica del partito, fino alla rottura del preambolo del 1980 che chiuse la stagione della solidarietà nazionale dopo l’uccisione di Aldo Moro.

Pier Ferdinando Casini
Gianfranco Astori ha insistito sul carattere duplice dell’archivio, specchio insieme della storia della Repubblica e di un uomo con le sue asprezze e i suoi dolori. Ha ripercorso l’esperienza sindacale alla CISL, la battaglia per una concezione del lavoratore come cittadino e non solo come salariato, l’impegno per il Mezzogiorno e il rifiuto, da ministro, di scendere a patti con gli assetti di potere che frenavano lo sviluppo del Sud. Ha anche segnalato, con onestà intellettuale, una lacuna: la scarsità di documenti sulla dimensione più intima della fede di Donat-Cattin, che pure attraversa e spiega gran parte delle sue scelte pubbliche.
A chiudere gli interventi è stato Pier Ferdinando Casini, che ha restituito l’immagine di un politico “scomodo e ruvido”, capace di battute fulminanti — celebre il suo commento sul passaggio “dalla segreteria De Mita alla segreteria telefonica” di Forlani — e insieme di un rigore morale raro. Ha ricordato le sue battaglie per un partito di liberi e uguali, la difesa del sistema proporzionale, l’opposizione tenace a ogni monopolio, sia comunista sia democristiano, sulla rappresentanza del mondo del lavoro.
A margine della presentazione, Mariapia Donat-Cattin ha annunciato una notizia destinata ad aprire nuovi filoni di ricerca: la Fondazione ha appena acquisito l’intero archivio di Guido Bodrato, cartaceo, fotografico e informatico, che verrà conservato accanto a quello di Donat-Cattin nella sede torinese. Due fondi vicini nello spazio, promette di esserlo anche nella capacità di illuminare, insieme, stagioni della storia italiana che meritano ancora di essere raccontate senza retorica, con quell’equilibrio che solo la distanza del tempo può offrire.

Momento della presentazione a Montecitorio del volume “Archivio Donat-Cattin (1930-1991)”