
Il partigiano che scelse di ribellarsi per amore
Gugia incarna una generazione che seppe trasformare la coscienza in azione, senza mai perdere di vista il valore della persona umana.
di Giulio Steve
Non è il racconto di un eroe senza dubbi, ma quello di un giovane che sceglie di assumersi il peso della propria coscienza. È questa la forza del volume Cornelio Fornasari, ribelle per amore. La Resistenza canavesana nella testimonianza di “Gugia”, che restituisce al pubblico una memoria rimasta inedita per decenni e offre uno sguardo profondo su una delle figure più autentiche della Resistenza canavesana.
Cornelio Fornasari, conosciuto con il nome di battaglia “Gugia”, non arrivò alla lotta partigiana spinto dall’ideologia o dalla ricerca dell’avventura. La sua scelta nacque da un lungo percorso interiore, alimentato dall’educazione cristiana, dall’impegno nell’associazionismo cattolico e da una profonda convinzione morale. Per lui ribellarsi al nazifascismo significava prima di tutto difendere la dignità dell’uomo e opporsi alla tirannide, anche quando questa decisione comportava interrogativi dolorosi e sacrifici personali. La sua fu una ribellione “per amore”: amore per la libertà, per la giustizia, per il prossimo e per il proprio Paese.
Le pagine del libro mostrano un uomo che non smette mai di interrogarsi sul valore della vita umana. Persino nel pieno della guerra, Gugia rifiuta ogni forma di violenza gratuita e mette continuamente in discussione le esecuzioni sommarie e la giustizia senza processo. Il suo desiderio è che anche nella lotta contro il nemico non vengano mai meno i principi di umanità e di responsabilità. Una posizione che non nasce dalla debolezza, ma da una straordinaria forza morale, capace di influenzare anche molti dei suoi compagni.
Accanto a questa profonda dimensione etica emerge il combattente. Gugia partecipa con coraggio alle azioni della 76ª Brigata Garibaldi, distingue la propria idea di guerriglia come strumento efficace e rispettoso delle vite dei partigiani, dimostrando capacità operative e grande determinazione. Le testimonianze dei suoi compagni lo descrivono come un uomo audace, capace di guidare azioni rischiose senza perdere uomini, sempre pronto a mettersi in gioco e a condividere i pericoli con gli altri.
Ma ciò che rende la sua figura ancora oggi straordinariamente attuale è la capacità di coniugare fermezza e compassione. Gugia non rinuncia mai alla propria autonomia di giudizio, pur mantenendo un profondo rispetto per i compagni di lotta e per chi, con idee diverse dalle sue, condivideva il comune obiettivo della liberazione. Nelle sue memorie la Resistenza appare così non soltanto come un conflitto armato, ma come una palestra di coscienze, nella quale uomini provenienti da esperienze culturali e politiche differenti imparano a costruire insieme un futuro di libertà.
Il valore di questa testimonianza va quindi oltre la ricostruzione storica. Attraverso la vicenda di Cornelio Fornasari emerge il volto di una Resistenza fatta di responsabilità personale, di fede vissuta come impegno civile e di scelte compiute nella fedeltà ai propri principi. Gugia incarna una generazione che seppe trasformare la coscienza in azione, senza mai perdere di vista il valore della persona umana.
È proprio questa dimensione profondamente umana a fare di Cornelio Fornasari non soltanto un protagonista della Resistenza canavesana, ma un testimone ancora capace di parlare al presente. Il suo esempio ricorda che la libertà non nasce dall’odio, ma dalla responsabilità; non dalla vendetta, ma dal coraggio di scegliere il bene anche nei momenti più difficili.

Mariapia Donat-Cattin
La presentazione al Polo del ’900
Il volume è stato presentato, dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin il 27 giugno 2025 a Torino. Ad aprire l’incontro è Mariapia Donat-Cattin, presidente della Fondazione, che parla di una testimonianza capace di restituire, a distanza di ottant’anni, il coraggio e la speranza di cui oggi si sente tanto il bisogno. Un libro nato da un dattiloscritto di famiglia, riportato alla luce grazie al lavoro paziente di Margherita Boffano per la Fondazione e, come racconterà più avanti il figlio dell’autore, grazie alla dedizione di una nuora che ha saputo decifrare pagine scritte con una “calligrafia da medico” e prive persino di numerazione.
A moderare la serata è Gianfranco Morgando, che firma anche la presentazione del volume, edito da Baima – Ronchetti & C. Prendono la parola l’editore Edoardo Abrate e Emilio Champagne, presidente dell’associazione “Terra mia”, che ha fatto da tramite con la famiglia Fornasari e ha permesso che queste memorie diventassero libro.
Una Resistenza plurale
Il cuore della presentazione è un dialogo a più voci. Collegata da remoto per un’improvvisa influenza, la storica Chiara Colombini dell’Istoreto apre il confronto parlando della Resistenza come fenomeno tutt’altro che monolitico: un mosaico di età, provenienze, esperienze militari diversissime, in cui l’appartenenza a una brigata non coincideva quasi mai con una tessera di partito. Fornasari, cattolico di Azione Cattolica, entra proprio in una brigata garibaldina – comunista, dunque, nell’orientamento politico prevalente – non per ideologia, ma perché è lì che lo conducono i suoi contatti, primo fra tutti don Mario Vesco. Colombini si sofferma sui tratti apparentemente paradossali del racconto: Fornasari critica l’assenza di disciplina militare e insieme rivendica la propria autonomia di giudizio; condanna le uccisioni sommarie di spie e ostaggi e insieme si riconosce nello spirito d’attacco tipico dei garibaldini. Contraddizioni solo apparenti, spiega la studiosa, perché quella di Fornasari è una memoria scritta a distanza di anni, rielaborata alla luce di una consapevolezza più matura: la Resistenza come lotta “durissima, violenta, implacabile, ma giusta, necessaria e inevitabile”.
Il dilemma dei giovani cattolici
Andrea Pepe, ricercatore dell’Isacem e autore del volume Sparate ma non odiate, ricostruisce il travaglio morale di una generazione cresciuta nell’Azione Cattolica, per cui l’uso delle armi non era di per sé un problema – la tradizione della “guerra giusta”, da Sant’Agostino a San Tommaso, lo consentiva sotto l’autorità legittima. Il vero terremoto arriva con l’8 settembre 1943, quando quella legittimità si sgretola e ciascuno si trova solo davanti alla propria coscienza. È esattamente ciò che scrive Fornasari: la scelta della ribellione «trovò il pieno consenso della mia coscienza». Pepe racconta anche le tante piccole scelte quotidiane che i partigiani cattolici dovevano affrontare – se sparare o meno a un prigioniero, se soccorrere un nemico ferito, come conciliare fede e violenza – restituendo un quadro fatto di uomini che, come dice il titolo del libro, si ribellano “per amore” e non per odio.
Particolarmente toccante l’intervento di don Arnaldo Bigio, per anni alla guida dell’Oratorio San Giuseppe di Ivrea, la “fucina” da cui uscirono molti dei giovani cattolici saliti in montagna. Bigio racconta di aver raccolto negli anni la testimonianza diretta di Pierfranco Marchetti, “Patuski”, inseparabile compagno di Fornasari, sulla morte di Gino Pistoni, colpito da una granata mentre soccorreva un nemico ferito contro il parere del comando. Un episodio che il libro racconta come uno dei più struggenti, e che per Bigio racchiude tutto il senso di quella generazione: giovani che portavano il moschetto alla messa domenicale e lo deponevano in confessionale prima di inginocchiarsi.

Don Arnaldo Bigio
La testimonianza del figlio
A chiudere l’incontro è Paolo Fornasari, figlio del partigiano Gugia, con un intervento commosso e insieme lucidissimo. Racconta un padre che, tornato dalla guerra, divenne medico condotto a Robecco sul Naviglio, curando gratuitamente i più poveri e innovando l’assistenza a bambini e famiglie. E racconta le sere passate a riscrivere e correggere quel manoscritto mai davvero concluso, ispirato – dice – allo stile di Manzoni, mai soddisfatto di una frase. Sono quattro le figure che, nel racconto del figlio, segnarono la vita del padre: Teresio Olivelli, di cui Fornasari fece propria la celebre “preghiera del ribelle”; lo stesso Gino Pistoni, definito quasi un santo; Ugo Macchieraldo, fucilato gridando “Viva l’Italia”; e Walter Fillak, comandante comunista con cui nacque una stima profonda nonostante le divergenze ideologiche. Paolo Fornasari legge, infine, le pagine finali del diario, un vero testamento spirituale in cui il padre si interroga sul senso del caso e della sorte, e conclude: Non posso accettare, tollerare l’oppressione da parte degli altri, anzi debbo ribellarmi. […] Da qui ha origine il mio comportamento di ribello d’amore».
Una storia ancora attuale
A chiudere la serata, Morgando osserva come la vicinanza generazionale – i figli dei protagonisti ancora tra noi a raccontare – renda questa testimonianza particolarmente viva e urgente. L’editore ha già annunciato una seconda presentazione a Ivrea, per riportare la storia di “Gugia” nei luoghi dove tutto ebbe inizio: tra l’Oratorio San Giuseppe, la canonica di don Vesco e le montagne del Canavese dove un giovane medico in erba scelse, per amore, di ribellarsi.

Paolo Fornasari, figlio di Cornelio Fornasari “partigiano Gugia”