Il Dante di Primo Levi: quando la poesia diventa uno squillo di tromba
L’audiolettura di Mariapia Donat-Cattin
di Giulio Steve
Fra il Dante pop dei dantisti improvvisati e il Dante ingessato delle celebrazioni ufficiali, c’è un terzo Dante, meno rassicurante e molto più vero: quello che Primo Levi fa rivivere nell’undicesimo capitolo di Se questo è un uomo. È il Dante che torna alla memoria di un uomo ridotto a un numero, in mezzo al fango e alla fame di Monowitz, satellite di Auschwitz in Slesia. Ed è a questo Dante che Mariapia Donat-Cattin ha scelto di dedicare una sua audiolettura, restituendo voce a pagine che continuano a bruciare a distanza di ottant’anni.
Un’ora rubata al lager
Il capitolo che Levi intitola “Il canto di Ulisse” racconta un episodio preciso: durante il tragitto verso la cucina del campo, insieme al giovane compagno francese Jean, soprannominato Pikolo, Levi decide di insegnargli l’italiano. E sceglie di farlo attraverso Dante, recuperando a memoria i versi dell’incontro con Ulisse nel ventiseiesimo canto dell’Inferno. Non ha il libro con sé — non può averlo — eppure i versi riaffiorano, spesso incompleti, segnati da vuoti che Levi stesso chiama buchi nella memoria. Ma proprio quella frammentarietà, lungi dall’indebolire il messaggio, sembra amplificarlo: ogni verso salvato diventa una piccola vittoria contro la cancellazione totale a cui il lager condanna le persone.
Il momento culminante arriva quando Levi recita a Pikolo l’invito di Ulisse ai suoi compagni a non vivere “come bruti” ma a seguire “virtute e canoscenza”. Levi stesso descrive l’effetto di quei versi come uno squillo di tromba, quasi una rivelazione che gli arriva per la prima volta insieme al compagno, nonostante li conoscesse da anni. Per un istante, in mezzo alla fila per la zuppa, tra il grigiore e la disumanizzazione del campo, la dignità umana torna a farsi sentire attraverso la parola poetica.
Un libro sopravvissuto, una staffetta silenziosa
Nella sua introduzione alla lettura, Mariapia Donat-Cattin racconta un dettaglio che dà al testo di Levi un’eco privata e familiare. Suo nonno paterno, Attilio Donat-Cattin, ufficiale dell’esercito italiano internato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, portava con sé proprio una copia tascabile della Divina Commedia, edita dalla SEI. Quel volume, ancora oggi conservato come un bene preziosissimo, reca sul frontespizio il timbro del campo di prigionia. È un oggetto minuscolo e insieme enorme: la prova materiale che, in luoghi pensati per annientare ogni traccia di umanità, la letteratura ha continuato a circolare come una forma di resistenza silenziosa.

Attilio Donat-Cattin e Maria Luisa Buraggi il giorno delle nozze, 1° maggio 1916
Mariapia osserva che il giovane Levi, privo del libro fisico, e suo nonno, che quel libro lo teneva fra le mani, cercavano probabilmente la stessa cosa nelle pagine di Dante: la conferma che il destino dell’uomo è quello di non arrendersi alla propria condizione, per quanto disumana, ma di continuare a interrogarsi, a conoscere, a restare persone pensanti. È una convinzione che attraversa i secoli senza perdere forza: valeva ai tempi di Dante, negli anni turbolenti della sua vita in esilio, valeva nel tempo tragico dei lager, e vale ancora oggi, in un presente che non è affatto esente da nuove forme di disumanizzazione.
La lettura come atto di trasmissione
Ascoltare oggi questa audiolettura significa entrare in una catena di trasmissione che si è messa in moto quasi cento anni fa. Levi trasmette a Pikolo un frammento di cultura italiana e, con esso, un’idea di dignità. Pikolo, a sua volta, gli chiede di ripetere quei versi, quasi percependo che in quelle parole c’è qualcosa che li riguarda entrambi, che riguarda tutti gli uomini in travaglio. Levi scriverà poi quell’episodio, consegnandolo ai lettori di Se questo è un uomo. E oggi, attraverso la voce di Mariapia Donat-Cattin, quello stesso episodio torna a essere pronunciato ad alta voce, arricchito dalla memoria di un’altra storia di prigionia, quella del nonno Attilio.
Non si tratta soltanto di un esercizio di memoria storica. È un invito a interrogarsi su cosa significhi restare umani quando tutto intorno spinge nella direzione opposta. Il messaggio di Ulisse ai suoi compagni — l’idea che la conoscenza sia un dovere, non un lusso — attraversa la Commedia, attraversa il racconto di Levi, e arriva fino a noi con la stessa urgenza.
Perché tornare a leggere Dante, e perché tornare a leggere Levi
C’è un motivo preciso per cui vale la pena riprendere in mano questi testi oggi. Non è nostalgia, non è un dovere scolastico rimasto in sospeso. È la constatazione che la domanda posta da Dante attraverso Ulisse — che senso ha la vita umana se non si accompagna alla ricerca di conoscenza e di senso — non ha smesso di essere una domanda scomoda e necessaria. Levi lo capì nel modo più drammatico possibile, in un luogo dove quella domanda avrebbe potuto sembrare fuori luogo, se non addirittura crudele. E invece proprio lì trovò la sua risposta più chiara.
Tornare a leggere Dante e tornare a leggere Levi, allora, non è un esercizio di erudizione. È un modo per continuare a fare nostra quella stessa scelta, difficile e a tratti impossibile, che entrambi gli autori indicano come l’unica strada per restare — o tornare a essere — pienamente umani.