Guido Bodrato, testimone esemplare: una serata per non disperdere una lezione di politica e di vita

di Giulio Steve

C’è un momento, in ogni comunità che si rispetti, in cui la memoria smette di essere nostalgia e diventa strumento di lavoro per il presente. È quello che si è respirato nella presentazione di Guido Bodrato, testimone esemplare. Lezioni di politica e di vita, curato da Margherita Boffano, con la presentazione di Luca Rolandi e la postfazione di Gianfranco Astori. Un libro nato da un’intervista lunga tre ore, girata in tre sedute nel febbraio del 2022, che oggi diventa il cuore di un incontro pubblico capace di intrecciare biografia, storia e attualità con una naturalezza rara.

Ad aprire i lavori è Mariapia Donat-Cattin, che parla non solo da Presidente della Fondazione che porta il nome di suo padre, ma da testimone di un’amicizia personale: quella tra Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato, sopravvissuta persino alla rottura politica che li divise. Bodrato, ricorda, è stato l’unico politico invitato al suo matrimonio, oltre che suo professore di politica economica. Un legame di affetto che si traduce, in apertura di serata, in un dono: l’archivio di Bodrato, e presto anche parte della sua biblioteca, affidati alla Fondazione. Prima degli interventi, il pubblico vede alcuni minuti tratti proprio dall’intervista video: la voce di Bodrato che racconta la sua Alba, la diocesi cattolico-democratica del Roero, il padre medico che curava i partigiani feriti, i primi comizi ascoltati da ragazzo in piazza. Un affresco che restituisce, con parole sue, la genesi di una vocazione politica nata dentro la Resistenza e dentro l’Azione Cattolica.

Tocca poi a Gianfranco Morgando, che modera la serata con discrezione, inquadrare il senso del progetto: l’intervista a Bodrato nasce da un percorso pluriennale di raccolta di testimonianze orali sul cattolicesimo politico piemontese, di cui quella a Bodrato è stata la prima, e insieme la più densa, di una cinquantina di interviste realizzate. Un lavoro reso possibile dal giornalista Luca Rolandi, dall’operatore Sergio Tomasetto e dalla cura editoriale di Margherita Boffano.

La parola passa quindi a Marta Margotti, storica dell’Università di Torino, che offre la chiave di lettura più organica della serata. Il libro, spiega, si regge su un doppio binario — biografia e politica — che lo stesso Bodrato ha voluto intrecciare fin dal titolo. C’è un “ritratto di un politico da giovane”, un Bodrato meno noto, cresciuto tra formazione cattolica e primo contatto violento con la guerra civile; e c’è, insieme, il tema più ampio del rapporto tra rappresentazione e autorappresentazione: un’autobiografia orale che gioca su tre piani — passato, presente e principi — senza mai scivolare nel passatismo. Margotti cita un passaggio limpido: per Bodrato “in politica bisogna fare i conti con le contraddizioni e con l’imprevisto”, una bussola che nell’intervista si applica tanto al Sessantotto quanto, con parole nette, alle derive “democrature” dell’Europa orientale di oggi.

Sergio Soave porta invece la testimonianza di chi ha osservato Bodrato da vicino ma “dal basso”, senza mai un vero dialogo diretto, eppure percependone il valore di bussola politica capace di anticipare i tempi: dalla svolta delle giunte rosse in Piemonte negli anni Settanta fino al passaggio, decenni dopo, verso l’Ulivo e il Partito Democratico. Soave racconta anche un piccolo aneddoto personale — una richiesta di consenso morale a Bodrato prima di una scelta politica cruciale — che restituisce il peso simbolico di un uomo percepito, anche da avversari e non allievi diretti, come un punto di riferimento etico prima ancora che politico.

Gianfranco Astori, autore della postfazione, propone forse la formula più efficace della serata: Bodrato non si definiva un “sessantottino” ma un “cinquantottino”, parte di quella generazione “che doveva imparare la democrazia” per poi consolidarla e trasmetterla. Astori ricostruisce il percorso che va dall’impegno universitario nell’Intesa cattolica fino alla stagione del Concilio Vaticano II, e propone una definizione alternativa a quella di “intransigente”: Bodrato come leader “rigoroso”, capace di misurarsi col dato oggettivo della realtà senza tradire i principi. Ne emerge anche il Bodrato della vicenda Moro, con una frase scolpita: “La Democrazia Cristiana difende la Costituzione”.

Chiude il giro di interventi Pierluigi Castagnetti, con un ritratto denso e affettuoso. Bodrato, dice, è stato un politico “contemporaneo”, capace di leggere per tempo la degenerazione della democrazia — dal fenomeno Berlusconi fino alle inquietudini più recenti — proprio perché aveva fatto della cultura istituzionale, appresa alla scuola di Donat-Cattin e di Norberto Bobbio, il suo strumento di lavoro. Castagnetti ricorda l’impegno europeo di Bodrato, la sua ossessione per la tenuta di una vera cultura europeista dentro il Partito Popolare Europeo, e chiude con un appello che suona quasi come un testamento: non fermarsi alla biografia, ma raccogliere “i semi di futuro” contenuti nelle sue riflessioni, magari con un convegno dedicato alla crisi della democrazia.

A raccogliere il filo finale è ancora Morgando, con una domanda che resta sospesa sulla sala e che vale come morale della serata: accumuliamo archivi, interviste, fonti — ma cosa ne facciamo? La risposta, suggerita da tutta la serata, è che la memoria di Guido Bodrato non è un reperto da custodire, ma un metodo da usare: leggere il presente con lo stesso rigore, la stessa capacità di dialogo e la stessa fedeltà ai principi costituzionali che hanno attraversato, senza mai spegnersi, una vita intera dedicata alla politica come vocazione.