
L’Europa dopo il Covid: il tempo dell’ideale, il ritorno degli ideali
Il ricordo di David Sassoli (1956-2022) e la sua ultima lezione sull’Europa da ricostruire
Torino, 11 gennaio 2022
di Giulio Steve
Torino, 1 luglio 2020. Mentre l’Europa muove i primi passi fuori dalla fase più acuta della pandemia, David Sassoli, allora Presidente del Parlamento europeo, si collega da Bruxelles per un dialogo promosso dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin insieme alle Fondazioni Vera Nocentini e Giovanni Goria. Oggi, a rileggere quelle parole, colpisce quanto restino attuali: non un discorso di circostanza, ma una vera e propria mappa per orientarsi in un tempo di smarrimento e possibilità.
La Fondazione Donat-Cattin ricorda quell’intervento con commozione, nel ricordo di un uomo che ha saputo tenere insieme rigore istituzionale e passione civile. Ed è proprio questa la cifra che attraversa tutto il suo intervento: l’idea che l’Europa non sia un apparato burocratico lontano dalla vita delle persone, ma un “ideale storico concreto”, qualcosa che si costruisce giorno per giorno nelle scelte di chi la abita.
Una crisi che arriva dopo un’altra crisi
Sassoli parte da un punto preciso: il giorno del suo intervento coincide con l’apertura della presidenza di turno tedesca dell’Unione, un passaggio cruciale per portare a termine il negoziato sul Next Generation EU, il piano che avrebbe dovuto dare all’Europa uno sguardo non solo di emergenza ma di medio e lungo periodo. Ricorda come, appena un anno prima, le elezioni europee fossero state lette da molti come il de profundis del progetto comunitario, sotto la spinta dei movimenti sovranisti. La realtà, osserva, è stata diversa: i cittadini hanno piuttosto rafforzato il fronte europeista, che si è andato via via allargando.
In quel contesto Sassoli richiama un episodio che considera emblematico: un’intervista rilasciata l’anno precedente da Vladimir Putin al Financial Times, che a suo giudizio rendeva esplicito l’obiettivo di alcuni attori esterni: usare la disgregazione dell’Unione come strumento per colpire la democrazia liberale. Un monito che, dice, non va dimenticato proprio ora che una nuova e drammatica crisi, quella sanitaria, mette di nuovo alla prova la tenuta dell’Europa.
Dal Green Deal alla pandemia: la sfida della sostenibilità non si ferma
Prima ancora che esplodesse l’emergenza Covid, racconta Sassoli, le istituzioni europee avevano iniziato a interrogarsi su quale potesse essere la grande missione capace di rilanciare l’Unione. La risposta era arrivata dalla sfida lanciata da Papa Francesco sulla cura del Pianeta, un tema sentito soprattutto dalle giovani generazioni: da lì era nato il percorso verso il Green Deal europeo, con l’orizzonte del 2050 come punto di riferimento per una crescita sostenibile e socialmente equa.
La pandemia, arrivata proprio mentre questo dibattito muoveva i primi passi, ha reso ancora più evidente quanto il destino dei territori sia interconnesso: una crisi sanitaria si trasforma in un attimo in crisi economica e ambientale, e le distanze tra i Paesi, spiega Sassoli, hanno ormai un significato completamente diverso rispetto al passato. Da questa fragilità condivisa, sostiene, si può ripartire solo riscoprendo valori e consapevolezze comuni, non certo tornando al nazionalismo e all’idea di potersela cavare ciascuno per conto proprio.
Una risposta comune, finalmente
Il cuore politico dell’intervento è forse qui: nel confronto tra la crisi finanziaria del 2008-2012, quando l’Europa non seppe dare risposte condivise e finì per scaricare sui singoli Stati obblighi e responsabilità, e la crisi pandemica, affrontata invece con strumenti pensati fin da subito in chiave comune. Sassoli sottolinea un dato che considera nuovo nella storia dell’Unione: gli strumenti messi in campo da Bruxelles non vengono imposti dall’alto, ma restano a disposizione degli Stati membri nella loro libertà di utilizzarli o meno.
Lo colpisce, in particolare, l’atteggiamento di un Paese come la Germania, che pure avrebbe potuto scegliere di affrontare la crisi da sola, e che invece si è schierata rapidamente a favore di una risposta collettiva. Un segnale, per Sassoli, che qualcosa nella mentalità europea sta davvero cambiando.
Tre lezioni per il futuro
Da qui, il Presidente del Parlamento europeo prova a fissare alcuni punti fermi per la fase che si apre. Il primo riguarda la necessità di riforme del sistema democratico europeo, perché la vita delle istituzioni non può restare distante da quella dei cittadini. Il secondo è la richiesta di partiti realmente europei, e non semplici federazioni di partiti nazionali: un terreno, dice Sassoli, su cui la cultura cattolico-democratica italiana può offrire un contributo importante. Il terzo punto riguarda l’autosufficienza: non solo in termini produttivi, ma come capacità di guardare gli altri Paesi alla pari, in un momento in cui la crisi ha mostrato la vulnerabilità di tutti i sistemi politici.
C’è infine un richiamo che Sassoli affida come eredità più ampia: l’Europa non coincide soltanto con le istituzioni di Bruxelles, ma vive anche nei governi nazionali, nei parlamenti, nelle comunità locali. Non ha ricette preconfezionate da offrire, ma un campo comune di riferimenti a cui attingere. “L’europeismo”, ricorda, “non è un’ideologia, è il riconoscimento di un campo comune.”
La nuova classe dirigente e il senso della partecipazione
Nella parte finale del dialogo, la riflessione si sposta sul tema della formazione della classe dirigente. Sassoli osserva come negli ultimi venticinque anni tutti i sistemi politici europei, non solo quello italiano, abbiano subito la spinta di un modello verticale e piramidale, sempre più distante dalla partecipazione reale delle persone. La strada da riprendere, secondo lui, è quella opposta: sistemi politici più orizzontali, capaci di rimettere al centro il legame tra democrazia e vita concreta delle comunità.
Le nuove classi dirigenti, dice, non nascono in laboratorio, ma da comunità che si rimettono in cammino, senza smarrire il senso pratico dei problemi che la politica è chiamata ad affrontare. È un passaggio che intreccia memoria e futuro: il richiamo ai “non conformisti” degli anni Trenta, che ponevano la partecipazione al centro della loro critica alla democrazia liberale, diventa lo sprone per una nuova stagione di impegno.
Un’eredità che continua a parlare
Chiude l’intervento un augurio che oggi suona come un testamento politico: la consapevolezza che l’Europa, pur fragile, possieda ancora la forza e la vitalità per diventare un modello di riferimento, senza pretese di insegnare nulla a nessuno. Sono parole che la Fondazione Carlo Donat-Cattin ha scelto di riproporre non per nostalgia, ma per continuare il lavoro che quella giornata torinese aveva avviato: un dibattito aperto sul futuro dell’Europa e sul ruolo che la politica di ispirazione cristiana può ancora giocare in questa costruzione comune.
A distanza di anni, la voce di David Sassoli resta un invito a non arrendersi alla logica dell’emergenza, ma a coltivare, semina dopo semina, quell’ideale storico concreto che è, e resta, l’Europa.

Dichiarazioni di David Sassoli, Presidente del Parlamento in Plenaria
(Fotografia © European Union 2020 – Source : EP)