
Settegiorni, la rivista che anticipò il futuro
A Torino un convegno riscopre un laboratorio unico del cattolicesimo democratico
di Giulio Steve
Ci sono riviste che raccontano il proprio tempo e altre che cercano di cambiarlo. Settegiorni, settimanale pubblicato tra il 1967 e il 1974, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non fu soltanto un giornale d’informazione politica e culturale, ma un vero laboratorio di idee, nato negli anni del post-Concilio Vaticano II, delle contestazioni studentesche, delle trasformazioni sociali e della crisi del sistema politico italiano. A quasi cinquant’anni dalla sua chiusura, l’Università di Torino ha dedicato un importante convegno alla sua storia, promosso dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin e dal Dipartimento di Studi Storici, con l’obiettivo non solo di ricostruirne la vicenda editoriale, ma soprattutto di comprenderne l’eredità culturale e politica.
Il titolo dell’incontro – Settegiorni. Una rivista di frontiera (1967-1974) – sintetizza perfettamente il significato di quell’esperienza. Frontiera tra politica e cultura, tra fede e laicità, tra tradizione e innovazione, tra Italia ed Europa. Una definizione che è ritornata più volte negli interventi dei relatori e dei testimoni, i quali hanno restituito il profilo di una pubblicazione capace di interpretare una stagione decisiva della storia italiana.
Il 6 marzo 2024, ad aprire il convegno sono stati i saluti istituzionali del Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino e della Fondazione Carlo Donat-Cattin. È stata ricordata la collaborazione ormai consolidata tra l’ateneo e gli istituti culturali piemontesi, mentre Gianfranco Morgando ha illustrato il progetto che ha dato origine all’iniziativa: la digitalizzazione completa di Settegiorni, oggi consultabile attraverso la piattaforma del Polo del ‘900, e la volontà di avviare una ricerca scientifica sistematica su una rivista che rappresenta una fonte straordinaria per comprendere gli anni fra il Sessantotto e la metà degli anni Settanta.

Bartolo Gariglio, Francesco Traniello. Alberto Guasco e Gianfranco Morgando.
Il professor Francesco Traniello, introducendo i lavori, ha ricordato come Settegiorni fosse una pubblicazione assolutamente originale nel panorama italiano. Un settimanale che affrontava contemporaneamente politica, società, religione, cultura, scuola, arte, letteratura e scenari internazionali, con una ricchezza di contenuti difficilmente riscontrabile in altre esperienze editoriali del periodo. Colpivano la qualità della grafica, l’uso innovativo della fotografia, la collaborazione con il francese Nouvel Observateur e soprattutto la pluralità delle voci ospitate, provenienti da culture politiche differenti ma accomunate dalla volontà di interpretare il cambiamento.
La prima relazione, affidata ad Alberto Guasco, ha collocato la parabola della rivista entro due grandi coordinate storiche: la crisi della Chiesa nel difficile periodo della ricezione del Concilio Vaticano II e la trasformazione della politica italiana negli anni delle contestazioni, del terrorismo, della strategia della tensione e del progressivo logoramento dell’unità politica dei cattolici.
Secondo Guasco, Settegiorni nasce nell’ambiente della sinistra democristiana, ma non diventa mai l’organo ufficiale di una corrente. Al contrario, mantiene una forte autonomia culturale, ospitando posizioni differenti e spesso critiche nei confronti degli equilibri interni della Democrazia Cristiana. La rivista guarda con interesse all’azione politica di Aldo Moro e di Carlo Donat-Cattin, ma rifiuta qualsiasi subordinazione partitica, preferendo costruire un luogo di elaborazione culturale piuttosto che uno strumento di propaganda.
Grande spazio viene dedicato anche alle questioni religiose. Le discussioni sull’enciclica Humanae Vitae, il confronto sul referendum sul divorzio, le tensioni interne alla Chiesa dopo il Vaticano II trovano sulle pagine di Settegiorni un terreno di dibattito aperto e spesso coraggioso. La rivista dà voce a figure come Adriana Zarri, David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Bartolomeo Sorge e molti altri protagonisti del cattolicesimo italiano, contribuendo a costruire una riflessione che supera gli schemi tradizionali.
Accanto ai temi ecclesiali, emerge con forza l’attenzione per la politica nazionale e internazionale. Settegiorni segue le vicende del Sessantotto, le lotte operaie, la nascita delle Brigate Rosse, le stragi della strategia della tensione, il referendum sul divorzio, ma anche la Guerra dei Sei Giorni, il Vietnam, il Medio Oriente, il Cile di Pinochet e la costruzione europea. Lo sguardo non è mai provinciale: l’Italia viene continuamente letta dentro un quadro internazionale.
Bartolo Gariglio ha poi illustrato il progetto di ricerca promosso dalla Fondazione Donat-Cattin, che coinvolge un’équipe composta da storici e studiosi dell’Università di Torino. Grazie alla completa digitalizzazione della rivista si apre oggi la possibilità di studiare in profondità non soltanto i contenuti pubblicati, ma anche le reti culturali, le biografie dei collaboratori e il ruolo che Settegiorni ha svolto nella formazione del cattolicesimo democratico italiano.
Gariglio ha individuato alcuni dei principali filoni della futura ricerca: la politica interna ed estera, il mondo della scuola e dell’università, il rapporto tra cattolicesimo e protestantesimo, le pagine culturali dedicate al cinema, al teatro, alla televisione e alla letteratura. Ha inoltre rivolto un appello ai protagonisti ancora viventi e a chi conserva documenti dell’epoca affinché contribuisca a ricostruire l’archivio della rivista, oggi in gran parte disperso.

Giuseppe Di Salvo
Particolarmente coinvolgente è stata la testimonianza di Giuseppe Di Salvo, che ha raccontato la vita quotidiana della redazione. Il suo intervento ha restituito il volto umano di un’impresa editoriale nata con mezzi limitati ma sostenuta da entusiasmo e professionalità.
All’inizio, ha ricordato, la redazione era composta da appena quattro persone che riuscivano a realizzare ogni settimana un periodico ricco di servizi, approfondimenti e contributi provenienti dall’Italia e dall’estero. Successivamente il gruppo si allargò con l’arrivo di giovani giornalisti destinati a diventare firme importanti, come Sandro Magister.
Di Salvo ha descritto il lavoro intenso della piccola redazione romana, impegnata a seguire contemporaneamente la politica parlamentare, il sindacato, le trasformazioni sociali e le grandi crisi internazionali. Una redazione che viveva praticamente davanti a Montecitorio, osservando ogni giorno il cuore della politica italiana.
“L’insormontabile difficoltà finanziaria credo sia la principale ragione della chiusura: il giornale costava molto — sette giornalisti, alla fine se ne aggiungono altri due, ma non residenti — uno staff organizzato con almeno otto persone, quasi niente pubblicità, vendite insufficienti. Ma al di là dei soldi, l’aria che tirava nel Paese non era favorevole a una rivista come Settegiorni, che, punto di riferimento quasi organico dei cattolici democratici, in gran parte riconoscentesi nella sinistra democristiana, era gelosa di quella libertà che le era sempre stata riconosciuta e che, fino all’ultimo, le è stata garantita dal suo fondatore, Carlo Donat-Cattin”.

Sandro Magister, Francesco Traniello, Giangiacomo Migone e Giovanni Orfei
La seconda parte del convegno ha assunto il tono della memoria condivisa grazie ai contributi di Giangiacomo Migone, Giorgio Merlo, Sandro Magister e Giovanni Orfei, protagonisti diretti o osservatori privilegiati di quell’esperienza.
Migone ha ricostruito le origini della rivista, legandole al progetto politico di Livio Labor e alla ricerca di una nuova presenza dei cattolici nella sinistra italiana. Un progetto che non ebbe successo sul piano politico ma che lasciò una traccia profonda sul piano culturale. Merlo ha invece insistito sul carattere originale di Settegiorni, definendola una vera rivista “di frontiera”, capace di ospitare sensibilità diverse senza perdere una propria identità. Proprio questa pluralità rappresentò, secondo lui, la principale ricchezza del settimanale.
Nel corso dell’intero pomeriggio è emersa una convinzione condivisa: Settegiorni non fu semplicemente il giornale della sinistra democristiana. Fu piuttosto uno spazio di confronto nel quale cattolici, laici, socialisti, intellettuali e studiosi cercarono di interpretare insieme una società in rapido cambiamento. Le sue pagine affrontavano i grandi nodi del tempo – dalla pace ai diritti civili, dalla scuola ai rapporti tra fede e politica, dall’Europa alle tensioni internazionali – con uno stile giornalistico rigoroso ma accessibile, sempre aperto al dialogo.
Il convegno torinese ha mostrato come quella stagione non appartenga soltanto alla memoria. La digitalizzazione integrale della rivista e il nuovo progetto di ricerca permetteranno infatti di riportare alla luce un patrimonio documentario di enorme valore, utile non solo agli storici ma anche a chi desidera comprendere le radici del dibattito pubblico contemporaneo.
A distanza di mezzo secolo, Settegiorni continua così a parlare al presente. Lo fa ricordando che il giornalismo può essere molto più di un semplice racconto dell’attualità: può diventare luogo di ricerca, di confronto, di formazione civile e di costruzione del pensiero critico. È probabilmente questa l’eredità più viva lasciata da una rivista che, pur avendo avuto una vita breve, ha saputo anticipare molte delle domande che ancora oggi attraversano la società italiana.