
L’Europa sociale, un’idea ancora viva: da Donat-Cattin e Delors una lezione per il presente
di Giulio Steve
In un tempo in cui l’Europa sembra spesso evocata soltanto quando si parla di crisi, guerre, dazi o vincoli economici, c’è chi invita a ricordare un’altra idea di integrazione europea: quella costruita attorno ai diritti, al lavoro e alla coesione sociale. È stato questo il filo conduttore del convegno “L’Europa sociale di Carlo Donat-Cattin e Jacques Delors. Dalle radici sociali dell’integrazione europea alle sfide del presente” (6 marzo 2026), ospitato al Polo del ’900 di Torino e promosso dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin, con la collaborazione degli Archivi Storici dell’Unione Europea e il patrocinio dell’Institut Jacques Delors.
Non un semplice appuntamento commemorativo, ma una riflessione sul presente attraverso due figure che, pur provenendo da esperienze politiche diverse, hanno condiviso una convinzione profonda: l’Europa non può limitarsi a essere un mercato. Deve essere una comunità capace di proteggere il lavoro, ridurre le disuguaglianze e offrire opportunità ai suoi cittadini. È questo il messaggio che ha attraversato gli interventi della giornata, davanti a studiosi, amministratori e protagonisti della vita politica e sindacale italiana.
Ad aprire il convegno è stata la presidente della Fondazione, Mariapia Donat-Cattin, ricordando come l’iniziativa nasca anche dal patrimonio documentario custodito nell’archivio dedicato al padre. L’obiettivo, ha spiegato, è mettere in dialogo due protagonisti della storia europea che, pur seguendo percorsi differenti, hanno avuto in comune una forte ispirazione sociale e una visione dell’integrazione fondata sulla dignità del lavoro.

Antonio Varsori, Mariapia Donat-Cattin e Barbara Curli
La relazione introduttiva dello storico Antonio Varsori ha offerto il quadro storico entro cui si collocano le vicende di Donat-Cattin e Jacques Delors. Varsori ha ricordato come, tra gli anni Settanta e Ottanta, la Comunità Europea abbia vissuto una trasformazione decisiva. Se fino ad allora l’attenzione era stata concentrata soprattutto sull’integrazione economica, con Jacques Delors alla guida della Commissione europea prese forma una visione molto più ambiziosa: un mercato unico accompagnato da una forte dimensione sociale. Nacquero in quegli anni il rafforzamento dei fondi strutturali, i programmi Erasmus, le politiche di coesione e la Carta dei diritti sociali dei lavoratori, strumenti pensati per fare sentire l’Europa più vicina ai cittadini e non soltanto alle istituzioni.
Ma il convegno ha anche riportato alla luce il ruolo, spesso poco conosciuto, svolto da Carlo Donat-Cattin nella costruzione dell’Europa sociale. Lo storico Marcello Reggiani ha ricostruito l’impegno del ministro torinese fin dagli anni Settanta, quando presentò alle istituzioni comunitarie un memorandum che chiedeva una politica europea dell’occupazione molto più coraggiosa. Per Donat-Cattin non bastava favorire la libera circolazione dei lavoratori o sostenere la crescita economica: era necessario orientare gli investimenti verso le aree più deboli, combattere gli squilibri territoriali e coinvolgere i sindacati nelle scelte strategiche. L’Europa, sosteneva, non poteva limitarsi a seguire il mercato, ma doveva guidarlo nell’interesse delle persone.
Una posizione che, a distanza di oltre cinquant’anni, appare sorprendentemente attuale. Donat-Cattin denunciava già allora il rischio di un’integrazione costruita esclusivamente sulla competitività economica e chiedeva che le politiche sociali diventassero parte integrante del progetto europeo. Temi che sarebbero tornati anche negli anni Novanta, quando criticò una Comunità ancora troppo lenta nel dare piena attuazione alla Carta sociale dei diritti dei lavoratori e nel contrastare le disuguaglianze tra le diverse regioni europee.
Nel corso della giornata è emerso con forza anche un altro elemento: tanto Donat-Cattin quanto Delors provenivano dal sindacalismo cristiano. Entrambi consideravano il lavoro non soltanto una questione economica, ma uno strumento di libertà, partecipazione e inclusione sociale. Da qui nasceva la convinzione che lo sviluppo dovesse sempre essere accompagnato dalla tutela dei diritti, dalla solidarietà e dal dialogo tra imprese, lavoratori e istituzioni.

Enrico Letta, interviene da remoto alla tavola rotonda con Sergio Cofferati, da sinistra e, Savino Pezzotta; modera Marco Zatterin
Non è un caso che il dibattito conclusivo abbia riunito alcune delle figure più autorevoli del sindacalismo e della politica italiana, come Sergio Cofferati, Savino Pezzotta ed Enrico Letta, chiamati a confrontarsi su una domanda tanto semplice quanto impegnativa: quale futuro per l’Europa sociale?
La risposta non poteva essere univoca, ma il messaggio emerso dal convegno è apparso chiaro. Oggi l’Europa affronta sfide nuove: la competizione globale, le transizioni digitale ed ecologica, l’invecchiamento della popolazione, le tensioni geopolitiche e la crescente distanza tra istituzioni e cittadini. In questo scenario, il pensiero di Donat-Cattin e Delors continua a offrire un riferimento prezioso. Entrambi ricordano che la forza dell’Unione Europea non si misura soltanto nella moneta unica o nel mercato comune, ma nella capacità di garantire opportunità, diritti e dignità alle persone.
Forse è proprio questa la lezione più attuale emersa dall’incontro torinese: senza una forte dimensione sociale, il progetto europeo rischia di perdere la propria anima. E riscoprire quella stagione politica non significa guardare con nostalgia al passato, ma recuperare idee capaci di parlare anche al presente e, soprattutto, al futuro dell’Europa.