TORINO – 1° maggio 1946
Bandiere rosse e bandiere bianche

«Accanto al purpureo color di sangue che sa di martiri,
questo nostro color bianco avrà una sua parola da dire».
– «Il Popolo Nuovo», 1° maggio 1946

Il 1° maggio 1946 fu la prima Festa del lavoro libera dopo vent’anni. Il fascismo l’aveva soppressa nel 1923, sostituendola con la «Giornata nazionale del lavoro» del 21 aprile – data della fondazione di Roma – e convertendo così una conquista operaia internazionale in un rito dell’Impero. Ripristinarla non fu solo un gesto simbolico: significava restituire voce a una memoria e a una pratica che un’intera generazione non aveva mai conosciuto.
Quando il numero 102 de «Il Popolo Nuovo» uscì in edicola quella mattina, la Cgil unitaria esisteva da poco più di due anni. Era nata con il Patto di Roma, firmato il 9 giugno 1944 ma retrodatato al 3 giugno, in omaggio a Bruno Buozzi, sindacalista socialista ucciso dai nazisti in fuga da Roma alla vigilia della liberazione. Quell’accordo tra le tre grandi culture politiche del mondo del lavoro –comunista, socialista e democristiana – rappresentava un fatto senza precedenti nella storia sindacale italiana.

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