Torino, Polo del ’900: quando i ragazzi diventano protagonisti nella lotta alla violenza di genere
Il racconto del convegno “Violenza di genere e nuove generazioni”: due relazioni, nove scuole, un sondaggio e una domanda che attraversa l’Italia da nord a sud

di Giulio Steve

C’è un momento, nella grande sala del Polo del ‘900, in cui il pubblico smette di ascoltare e comincia a rispondere. Succede quando il presentatore, tra una battuta e un riferimento alla “Scuola di Atene” di Raffaello, chiede ai presenti — studenti, insegnanti, relatori arrivati da tutta Italia — di alzare la mano se hanno mai assistito a una discriminazione di genere. È il cuore pulsante del convegno che l’Associazione Giovani Idee di Bergamo ha organizzato il 19 novembre  2024 al Polo del ‘900 di Torino, insieme alla Fondazione Carlo Donat-Cattin e all’Associazione Giovani Idee del Mediterraneo: non una lezione frontale, ma un laboratorio a più voci.

Un padrone di casa, due fondazioni, molte generazioni

Ad aprire la giornata è stato il presidente del Polo del ’900, Alberto Sinigaglia, che ha accolto i ragazzi ricordando che le sale che li ospitavano — due antichi palazzi militari progettati da Juvarra — oggi custodiscono la memoria di ventisei fondazioni intitolate a nomi come Gobetti, Gramsci e Primo Levi. Ha invitato i giovani a non trascurare il giornalismo e la lettura, definendo il Polo “un luogo di accoglienza e di studio allegro, divertente, positivo”. Accanto a lui, Barbara Donat-Cattin, della Fondazione che porta il nome del nonno, ha ricordato che il lavoro sul passato serve a costruire il futuro — “e il futuro siete voi”, ha detto rivolgendosi alla platea.

Il vicepresidente di Giovani Idee, Pasquale Diana, ha aperto i lavori portando i saluti del fondatore dell’associazione, Gian Piero Benigni, assente per motivi di salute insieme alla presidente Milesi. Diana ha ripercorso vent’anni di storia — dai convegni di Saint-Vincent al concorso internazionale, arrivato oggi alla diciottesima edizione, con oltre 6.000 studenti e 600 insegnanti coinvolti in 250 scuole italiane e 40 straniere — prima di arrivare al cuore del discorso: il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e il ricordo di Giulia Cecchettin. Diana ha citato una frase del padre Gino, tratta dallo statuto della fondazione a lei dedicata, sull’urgenza di investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco e la gestione non violenta dei conflitti — parole che ha invitato tutti a fare proprie.

“Serve alleanza”: la lezione del Telefono Rosa

Il primo intervento tecnico della mattinata è stato affidato all’avvocata Anna Ronfani, vicepresidente del Centro Antiviolenza Telefono Rosa Piemonte, fondato a Torino nel 1993. Il suo intervento, intitolato “Serve alleanza”, ha spiegato che la parità di genere non è una battaglia delle donne contro gli uomini, ma una battaglia di civiltà che riguarda tutti — uomini, donne, giovani, meno giovani — soprattutto perché, secondo le classifiche internazionali, l’Italia si colloca all’87° posto su 146 Paesi negli indici di parità di genere. Ronfani ha insistito su un punto: mai chiamare “vittime” le persone che subiscono violenza, ma “persone offese”, per restituire loro dignità e capacità di reazione. Ha anche condiviso un ricordo personale, quello di una domanda sbagliata che faceva da giovane avvocata alle donne che si rivolgevano al centro — “perché non l’ha denunciato prima?” — spiegando quanto quella domanda, in apparenza innocua, nasconda in realtà un giudizio pericoloso.

I falsi miti dell’amore secondo Tullio Solari

Il secondo intervento, dello scrittore e psicoterapeuta Tullio Solari, ha affrontato il tema dei “falsi miti sulla felicità, sull’amore e le derive violente”. Solari ha collegato l’aumento delle patologie legate all’autolesionismo e alla sociopatia a una più ampia crisi spirituale, relazionale e culturale, richiamando la nozione pasoliniana di “distorsione antropologica”. Ha parlato dell’illusione dell’amore romantico, della necessità di imparare — parole sue — a passare dall'”amore bisogno” all'”amore dono”, e ha rivolto un appassionato appello ai maschi presenti in sala: recuperare valori come la fragilità, l’intimità e il dialogo, per troppo tempo considerati “femminili”.

Le nove scuole e il sondaggio: la voce dei ragazzi

La parte più originale della mattinata è stata il confronto diretto con gli studenti di nove istituti — da Torino a Bergamo, da Napoli a Molfetta, da Noto a Vittoria e Comiso in Sicilia — che nei mesi precedenti avevano risposto a un sondaggio dell’associazione su stereotipi, discriminazioni e violenza di genere. Le risposte hanno restituito un’Italia divisa: c’è chi non ha mai assistito a episodi di discriminazione nella propria classe e chi, come una studentessa del liceo musicale di Torino, racconta che nelle orchestre le prime parti vengono ancora assegnate più spesso ai musicisti uomini. C’è chi, a Bergamo, ha rilevato che circa metà della classe ritiene che in famiglia il ruolo della donna resti legato alla cura dei figli, e chi, a Napoli, ha confrontato l’esperienza italiana con quella vissuta negli Stati Uniti. Diversi studenti hanno raccontato episodi di discriminazione nel mondo del lavoro — dalle domande sulla maternità nei colloqui di assunzione ai licenziamenti in caso di gravidanza — mentre altri hanno rivelato un dettaglio inatteso emerso solo confrontandosi in classe: nella scuola, quando la LIM non funziona, gli insegnanti chiamano quasi sempre un ragazzo per ripararla.

Non sono mancati momenti di autocritica collettiva, come quando gli studenti hanno analizzato i testi della musica trap e rap, riconoscendo che una parte consistente contiene elementi discriminatori verso le donne — pur distinguendo, come ha sottolineato il moderatore, tra la fotografia di un disagio reale e la rappresentazione della donna come oggetto.

Un finale che non lascia indifferenti

La mattinata si è aperta con la proiezione del cortometraggio di Paolo Genovese “Piccole cose di valore non quantificabile” e si è chiusa con un monologo teatrale originale, “Carne”, scritto da Alan Poloni: un testo duro, la voce di un uomo che racconta — senza mai chiamarla con il suo nome — la progressiva reclusione della propria compagna, in un crescendo che il pubblico ha ascoltato in un silenzio quasi assoluto. Un modo per mostrare concretamente ciò di cui si era parlato tutta la mattina: che la violenza non esplode mai all’improvviso, ma cresce per gradi, tra segnali che spesso nessuno vuole vedere.

Nel pomeriggio, alle 14.30, l’inaugurazione della mostra “Giovani idee nel tempo” ha chiuso simbolicamente la giornata, aprendo al tempo stesso, come annunciato dal responsabile digitale dell’associazione Ettore Pizzaballa, la diciottesima edizione del concorso internazionale, ormai gestito attraverso una piattaforma digitale rinnovata e aperta anche a scuole di Romania, Spagna, Belgio e Ungheria.