«La categoria della prudenza non faceva per lui»: il ricordo di Carlo Donat-Cattin nelle parole della figlia Mariapia
A trentacinque anni dalla scomparsa, un testo inedito ripercorre gli ultimi mesi di lavoro del ministro, tra un contratto firmato quasi in punto di morte e una lettera che dice tutto di un uomo mai disposto a tirarsi indietro.

di Giulio Steve

C’è una data, in fondo a una lettera scritta a mano, che da sola racconta più di mille discorsi commemorativi: 14 luglio 1990. Solo che quel giorno, in realtà, era il 14 dicembre. Carlo Donat-Cattin, allora ministro del Lavoro, si era sbagliato di cinque mesi mentre firmava il ringraziamento a Sergio Pininfarina per la chiusura della vertenza dei metalmeccanici. Non un lapsus qualunque: il segno silenzioso di uno stato di salute che nascondeva a tutti, per pudore, mentre continuava a lavorare come se nulla fosse. È da questo dettaglio, ritrovato tra le carte di famiglia, che parte il ricordo che Mariapia Donat-Cattin ha dedicato al padre per la Fondazione a lui intitolata: un testo che non si limita a celebrare, ma restituisce la trama concreta, quasi fisica, degli ultimi mesi di un protagonista della Repubblica.

Mariapia Donat-Cattin

Il racconto si apre il 27 marzo 1991, dieci giorni dopo la morte di Donat-Cattin, nell’Aula del Senato, dove Mariapia entra per assistere alla commemorazione ufficiale. A pronunciarla è Giovanni Spadolini, presidente dell’Assemblea, con un discorso che la figlia definisce breve, essenziale, privo di ogni retorica. Spadolini ricostruisce una vita intera: dalla gioventù nell’Azione Cattolica alla guerra partigiana dopo l’8 settembre, dall’organizzazione della Democrazia Cristiana in Piemonte fino al lavoro sindacale, radice profonda di un impegno politico che resterà sempre fedele all’ispirazione cristiano-sociale. Non manca il giudizio, quasi un marchio d’infamia rovesciato in elogio, con cui nel 1953 Luigi Gedda tentò di escluderlo dalle liste elettorali: un “militante scomodo”, incapace di piegarsi alla disciplina di partito. Un’etichetta che la storia successiva trasformerà in riconoscimento di rigore e indipendenza.

Nel discorso di Spadolini prende forma anche il legame, fondamentale, con Aldo Moro, che dopo la delusione elettorale del 1968 individuò in Donat-Cattin l’erede naturale di Giulio Pastore e il leader della “sinistra sociale” democristiana. Sarà proprio Moro a volerlo al Governo, dove da ministro del Lavoro Donat-Cattin visse in prima persona la stagione dell’autunno caldo, schierandosi senza ambiguità dalla parte dei lavoratori nella trattativa che avrebbe portato allo Statuto dei lavoratori, testo di cui scrisse la versione definitiva raccogliendo l’eredità del socialista Brodolini. Da ministro per il Mezzogiorno gli sarebbe rimasto addosso, con orgoglio, il giudizio dell’amico Francesco Compagna: pur ligure-piemontese, “il miglior ministro dei meridionali”. Nel partito, alla guida della corrente Forze Nuove e dei convegni di Saint-Vincent, fu punto di riferimento imprescindibile; in Senato, dal 1979, portò la stessa franchezza aspra, la stessa insofferenza per gli “equilibrismi e le acrobazie della politica” che ne avevano fatto, insieme, un uomo con molti avversari e una figura rispettata anche da chi lo combatteva.

È qui che il testo di Mariapia Donat-Cattin compie il suo passo più personale, tornando indietro fino all’ultimo, faticosissimo contratto dei metalmeccanici, firmato nel dicembre del 1990. Vent’anni prima, nel 1969, era stato lui stesso a mediare il primo: “Vi auguro di farne dei migliori”, aveva detto ai sindacalisti consegnando quello che, senza saperlo davvero, sarebbe stato il suo ultimo atto in quella veste. A dare la misura di quanto quella trattativa fosse costata, in un corpo già provato dalla malattia che di lì a poco lo avrebbe portato ad affrontare un intervento cardiochirurgico a Montecarlo, restano le lettere di ringraziamento che Bruno Trentin e Ottaviano Del Turco gli inviarono per Natale, e soprattutto quella, riportata integralmente nel volume di Giorgio Aimetti, che lo stesso Donat-Cattin scrisse a Sergio Pininfarina: un testo pacato, quasi solenne, in cui il ministro riconosce all’interlocutore industriale il merito di aver saputo guardare oltre “una limitata visione di classe o di ceto”, verso “l’interesse generale, all’interesse del Paese” [Carlo Donat-Cattin, La vita e le idee di un democristiano scomodo, Ed. Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2021].

La lettera scritta da Carlo Donat-Cattin a Sergio Pininfarina – particolare (Archivio Fondazione Carlo Donat-Cattin)

Mariapia Donat-Cattin chiude il suo ricordo senza concessioni al pathos, con una frase che suona come una sintesi di un’intera esistenza: quegli ultimi mesi, in cui il padre non si risparmiò come non aveva mai fatto in vita sua, dimostrano che “la categoria della prudenza non faceva per lui”. Un titolo che è anche un giudizio storico, restituito con la sobrietà di chi ha scelto di lasciar parlare i documenti — una fotografia con una dedica sul retro, una data sbagliata su una lettera, il ricordo di un’aula del Senato — più che le parole.