L’Autunno caldo, cinquant’anni dopo: quando gli operai diventarono protagonisti della Repubblica
Un convegno a Torino ricostruisce la stagione che cambiò il lavoro in Italia, tra le lotte in fabbrica e la mediazione di Carlo Donat-Cattin

di Giulio Steve

Il 26 ottobre 2019, nella sede del Polo del ‘900 a Torino, la Fondazione Carlo Donat-Cattin ha riunito storici, sindacalisti e testimoni diretti per fare i conti con uno dei momenti più densi della storia repubblicana: l’Autunno caldo del 1969. Il convegno, intitolato “L’autunno caldo 50 anni dopo. Dalle lotte in fabbrica alla mediazione di Carlo Donat-Cattin”, nasceva per il centenario della nascita del ministro e sindacalista torinese, e oggi quegli atti — trascritti e pubblicati dalla Fondazione — restituiscono un affresco a più voci di una stagione che, come è stato detto in apertura, “ha segnato profondamente la storia d’Italia”.

Un termine diventato luogo comune

Ad aprire i lavori è stato lo storico Andrea Sangiovanni, dell’Università di Teramo, che ha subito messo in guardia dal rischio più insidioso: quello di aver trasformato “Autunno caldo” in un’espressione ormai svuotata di significato storico, buona persino per titolare un articolo sportivo. Al contrario, ha spiegato Sangiovanni, il 1969 va letto come uno snodo che affonda le radici negli anni precedenti e produce effetti fino a buona parte del decennio successivo. Al centro di quella stagione non c’è tanto la mitologia dell'”operaio massa” come soggetto rivoluzionario — un’immagine che lo storico ha invitato a maneggiare con cautela — quanto l’incontro tra una nuova generazione di lavoratori, cresciuta con una cultura giovanile inedita, e l’esperienza organizzativa degli operai più anziani. Da quell’incontro nacque una nuova centralità del lavoro nell’immaginario collettivo, rafforzata paradossalmente anche dalla strage di Piazza Fontana, che spostò su sindacati e operai il compito di rappresentare l’interesse generale del Paese in un momento di grave crisi della politica.

Sullo stesso filo si è mosso Andrea Ciampani, dell’Università Lumsa di Roma, secondo cui il 1969 andrebbe finalmente restituito alla storia e sottratto alla cronaca. Ciampani ha insistito su un punto centrale: quell’autunno era atteso, temuto, quasi costruito a tavolino dai giornali già a partire dalla primavera, e la sua eco era amplificata dal timore, diffusissimo negli ambienti democristiani, di un contagio del maggio francese e delle sue conseguenze istituzionali. In questo scenario si inserisce la figura di Carlo Donat-Cattin, che da ministro del Lavoro — subentrato dopo la morte improvvisa di Giacomo Brodolini — scelse fin dall’inizio di schierarsi apertamente, criticando pubblicamente la sospensione di migliaia di lavoratori decisa dalla Fiat e minacciando ispezioni. Una posizione di parte, ha sottolineato Ciampani, ma dichiarata e coerente, che gli valse anche un’attenzione inedita da parte del Partito comunista.

Torino, il “buco nero” che si accende

La parte più viva del convegno è arrivata dalla tavola rotonda dei protagonisti, moderata da Ettore Boffano. Franco Aloia, che fu dirigente della Fim torinese, ha raccontato una Torino descritta come un “buco nero” del sindacalismo italiano, dove la disciplina quasi militare della Fiat — una gerarchia rigidissima addolcita da salari più alti e da un welfare aziendale generoso — si incrinò con l’arrivo massiccio di giovani, donne e immigrati. È da lì, dai volantini distribuiti ai cancelli di Mirafiori alle cinque del mattino, dai questionari portati a casa di nascosto per non farsi notare dai colleghi, che prese forma la protesta che culminò nel 1969.

Cesare Damiano, che allora era un giovane impiegato entrato in azienda quasi per caso, ha restituito il clima di quegli anni come “un bollitore”, un amalgama continuo di spinte, letture, contaminazioni tra marxismo e catechismo, tra Fim, Fiom e Uilm. E ha reso omaggio senza esitazioni a Donat-Cattin, definendolo il miglior ministro del Lavoro della storia repubblicana. Sandro Antoniazzi ha invece spostato lo sguardo su Milano, ricordando come la svolta decisiva verso la contrattazione aziendale fosse in realtà già maturata nel 1962, e come il vero merito dell’Autunno caldo sia stato quello di trasformare una protesta in una proposta organica: lo Statuto dei lavoratori, l’inquadramento unico, le 150 ore di studio retribuito.

Il racconto più denso, però, è arrivato da Giorgio Benvenuto, che ha ricostruito minuto per minuto il ruolo di mediatore di Donat-Cattin: dall’invio dei carabinieri per verificare se la Fiat mentisse sulla mancanza di pezzi di ricambio, alla convocazione a Roma di Gianni Agnelli, fino alla decisione — presa d’intesa con Aldo Moro — di non far intervenire le confederazioni per chiudere in fretta la vertenza dopo l’omicidio dell’agente Annarumma, per non delegittimare i sindacati che stavano portando avanti la trattativa. Benvenuto ha ricordato anche l’amnistia promossa da Donat-Cattin per quattordicimila delegati sindacali denunciati per aver tenuto assemblee nei luoghi di lavoro, all’epoca considerato reato di violazione della proprietà privata.

Sandro Antoniazzi, Cesare Damiano, Ettore Boffano, Giorgio Benvenuto e Franco Aloia

Dal 1969 a oggi: cosa resta di quella spinta

La seconda parte della giornata, coordinata da Gianfranco Morgando, ha spostato il confronto sul presente. Giuseppe Berta ha osservato come oggi sia scomparsa quella che ha chiamato la “grammatica” comune tra politica, lavoro e industria, portando come contro-esempio il lunghissimo sciopero della General Motors negli Stati Uniti, capace ancora di mobilitare l’attenzione pubblica in una società però molto più polarizzata di quella degli anni Sessanta. Bruno Manghi ha invece messo l’accento su un paradosso tutto italiano: mentre in Europa il sindacato arretra, in Italia resiste, pur avendo rinunciato a qualsiasi ambizione di guida politica diretta; la vera sfida, ha detto, resta quella di allargare l’associazionismo a chi oggi ne è escluso.

Maurizio Magnabosco, per anni alle relazioni sindacali di Fiat Auto, ha ricostruito il percorso che dagli anni Settanta portò all’automazione spinta degli stabilimenti, fino al motore Fire di Termoli, dove l’operaio smise di essere un esecutore manuale per diventare un sorvegliante di processi. Ha chiuso il confronto Marco Pironti, assessore all’Innovazione della Città di Torino, ricordando — con una citazione che risale addirittura ad Aristotele — che il timore della tecnologia che cancella il lavoro è antico quanto la storia stessa, e che la vera scommessa di oggi non riguarda più il conflitto tra capitale e lavoro, ma la capacità dei territori di ridefinire un proprio ruolo in un mondo in cui i punti di riferimento tradizionali sono saltati.

Una storia che continua a parlarci

Dagli interventi emerge un quadro tutt’altro che nostalgico. L’Autunno caldo non viene raccontato come un capitolo chiuso, buono solo per gli storici, ma come un laboratorio da cui derivano ancora oggi strumenti — lo Statuto dei lavoratori, la contrattazione aziendale, la centralità della dignità del lavoro — che restano un patrimonio comune, al di là delle appartenenze politiche di allora e di oggi. E in questo racconto a più voci, la figura di Carlo Donat-Cattin torna prepotentemente al centro: non come simbolo di parte, ma come esempio di una politica capace di assumersi la responsabilità di una mediazione difficile, in uno dei passaggi più delicati della storia italiana.