“Il coraggio della politica”: Torino ricorda Carlo Donat-Cattin nel centenario della nascita

di Giulio Steve

C’è un momento, nel convegno che si è tenuto sabato 13 aprile 2019 all’Auditorium Vivaldi della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, in cui il racconto smette di essere cronaca e diventa qualcosa di più simile a una confessione. È Fabrizio Palenzona a raccontarlo: una domenica qualunque, una telefonata improvvisa, un viaggio da Tortona fino a Finale Ligure per scoprire che il ministro della Repubblica non lo aveva convocato per sé, ma per aiutare un camionista del vicinato con il furgone rotto. Nessun clamore, nessuna firma da esibire: solo il bisogno di qualcuno risolto in silenzio. È forse la sintesi più immediata di tutto ciò che Torino ha voluto raccontare, cent’anni dopo la nascita di Carlo Donat-Cattin, in un incontro promosso dalla Fondazione a lui intitolata, con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino e sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Il titolo scelto, “Carlo Donat-Cattin. Dalla Resistenza a uomo di Stato”, racchiude già il perimetro di una vita: partigiano nel Canavese, sindacalista alla Olivetti e poi alla CISL torinese, giornalista, ministro del Lavoro, dell’Industria e della Sanità, senatore per tre legislature dopo cinque alla Camera. Un percorso che il convegno ha ripercorso senza reticenze, a partire dagli indirizzi di saluto istituzionali. Il presidente della Regione Sergio Chiamparino ha ricordato come Donat-Cattin abbia saputo leggere il mondo del lavoro non solo come portatore di interessi ma come protagonista dello sviluppo economico, e ha collegato quella lezione all’attualità delle infrastrutture piemontesi e al progetto del Parco della Salute di Torino. Sergio Soave, presidente del Polo del ‘900, ha invece riportato alla memoria l’esperienza del settimanale “Sette Giorni”, la rivista che negli anni del post-Concilio diede voce a una generazione di cattolici impegnati in politica, definendola senza mezzi termini “la vera scuola di politica della Democrazia Cristiana”.

Bartolo Gariglio, Claudio Donat-Cattin e Giovanni Zanetti

Al profilo storico più propriamente accademico hanno pensato Bartolo Gariglio e Giovanni Zanetti. Gariglio ha ricostruito con rigore le tappe di una biografia radicata nel cattolicesimo sociale piemontese, dalla militanza nella gioventù cattolica alla Resistenza, dalla segreteria della CISL torinese all’ingresso in Parlamento nel 1958, fino alla conclusione dello Statuto dei lavoratori dopo la scomparsa di Giacomo Brodolini, un traguardo che gli valse l’appellativo di “ministro dei lavoratori”. Zanetti, che con Donat-Cattin lavorò al Ministero dell’Industria, ha invece restituito il ritratto di un metodo: l’ossessione per i dati, il rifiuto della retorica, la capacità di costruire attorno a sé giovani competenze tecniche per dar vita a una politica industriale per filiere, di cui la legge del 1977 resta l’eredità più concreta. “Il miglior ministro dell’industria che abbiamo avuto da allora in poi”, ha detto senza esitazioni.

Poi la parola è passata alla sindaca di Torino Chiara Appendino, che ha parlato di un esempio di leadership “umile e coraggiosa” da riscoprire proprio in un tempo, il nostro, che sembra pretendere il contrario.

Fabrizio Palenzona, Giovanni Quaglia, Claudio Donat-Cattin, Carlo De Benedetti, Giovanni Gallo e Guido Bodrato

E infine la tavola rotonda, forse il cuore pulsante della mattinata, moderata da Claudio Donat-Cattin: un mosaico di testimonianze dirette che ha restituito l’uomo oltre lo statista. Carlo De Benedetti, che di Donat-Cattin fu interlocutore e talvolta avversario istituzionale, ne ha ricordato la sobrietà quasi disarmante della vita privata e la fermezza con cui, da ministro, impedì la candidatura a Torino di Umberto Agnelli, convinto che la città fosse già troppo condizionata dalla Fiat. Giovanni Quaglia ha raccontato le lunghe processioni dell’8 settembre a Bra, tra preghiere e confidenze politiche. Palenzona, appunto, ha ricostruito l’apprendistato di un ragazzo di provincia accanto a un maestro burbero e generosissimo. Gallo, intervenuto al posto di Franco Marini trattenuto da problemi di salute, ha rievocato il lodo sindacale del 1978 sul contratto dei bancari, sottolineando come quella mediazione, scritta di pugno dal ministro, sia rimasta base normativa del settore fino a oggi, e abbia contribuito a preservare il sistema bancario italiano dagli eccessi che altrove condussero alla crisi dei subprime.

A chiudere i lavori è stato Guido Bodrato, che ha collocato la figura dell’amico e compagno di strada in una cornice più ampia: il rapporto con Aldo Moro e la scelta, decisiva, di non rompere con la Democrazia Cristiana negli anni della contestazione; l’intuizione, anticipatrice, dei rischi sociali legati alla caduta del Muro di Berlino, esposta in un convegno del 1990 rimasto colpevolmente dimenticato; l’idea di una sinistra sociale capace di tenere insieme radicamento popolare e responsabilità di governo. Una lezione, ha detto Bodrato, tornata sorprendentemente attuale in un tempo che fatica a trovare un linguaggio comune tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica.

Non sono mancati, naturalmente, i passaggi più dolorosi: l’arresto del figlio Marco, coinvolto in Prima Linea, e la sua morte nel 1991; il primo infarto, davanti al carcere di Alessandria; l’isolamento politico degli ultimi anni. Ma il convegno, arricchito dalla proiezione del documentario Rai Storia “Carlo Donat-Cattin. Il coraggio della politica”, ha scelto di raccontare soprattutto una coerenza: quella di un uomo che, come ha ricordato più di un relatore citando le parole della presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati pronunciate a Roma il mese precedente, fu “giornalista, partigiano, sindacalista, amministratore locale, dirigente politico, ministro, statista”, sempre fedele a un’idea di politica come servizio e non come rendita di potere.

Alla fine, quando i relatori hanno lasciato il palco e il pubblico si è spostato per un piccolo aperitivo nella sala adiacente, restava un’impressione precisa: che il centenario di Carlo Donat-Cattin, prima ancora che un omaggio dovuto, sia stato un invito a chi fa politica oggi a ritrovare il senso di due parole che nel convegno sono tornate più volte, quasi come un ritornello — coraggio e concretezza — senza le quali, ha avvertito Guido Bodrato chiudendo i lavori, non c’è futuro possibile per nessuna rappresentanza.

La Sala Vivaldi di Torino durante il convegno che celebra il centenario della nascita di Carlo Donat-Cattin