I due Papi americani: a Torino il racconto di un’amicizia che ha cambiato la Chiesa

di Giulio Steve

Un’ora e mezza che è volata, in una sala del Polo del ‘900 piena di un pubblico attento e qualificato. Giovedì scorso, nella Sala Conferenze di Palazzo San Celso a Torino, la Fondazione Carlo Donat-Cattin ha messo attorno a un tavolo tre tra i più autorevoli vaticanisti internazionali e uno storico delle Americhe per raccontare, con il taglio insieme rigoroso e appassionato che serviva, la vicenda dei “due Papi americani”: Francesco e Leone XIV. Non un semplice avvicendamento sul soglio pontificio, ma — come è emerso dal confronto — la storia di un legame personale che ha finito per orientare il futuro della Chiesa cattolica.

Un titolo capovolto
A moderare l’incontro Luca Rolandi, che ha aperto ricordando come l’espressione “i due Papi” fosse stata per anni usata in tono polemico per descrivere la scomoda convivenza tra Benedetto XVI emerito e Francesco regnante. Questa sera quello stesso titolo cambiava segno: non più un modo per sminuire un pontificato, ma la fotografia di un cammino che prosegue al di là delle differenze di stile e di carattere. Lo ha detto con chiarezza Salvatore Cernuzio, redattore di Vatican News e autore del libro “Padre” dedicato a Francesco: guardando la locandina dell’evento, la prima reazione è stata di sorpresa proprio per quell’eco polemica che invece qui si ribaltava in un racconto di continuità.

Il seme piantato da Bergoglio
Il cuore della serata è stato il racconto, arricchito da aneddoti inediti, di come Jorge Mario Bergoglio e Robert Francis Prevost si fossero conosciuti molto prima che il mondo li conoscesse come Papi. Elisabetta Piqué, corrispondente e vaticanista de La Nación, coautrice con il marito Gerard O’Connell del libro “L’ultimo conclave”, ha ricostruito l’incontro tra l’allora arcivescovo di Buenos Aires e il giovane agostiniano che guidava il suo ordine religioso, in visita ai confratelli in Argentina. Da lì un rapporto di stima che Francesco avrebbe coltivato negli anni: prima nominandolo vescovo in Perù, poi richiamandolo a Roma come cardinale, infine elevandolo all’ordine dei vescovi, il livello più alto del collegio cardinalizio. Un segnale, hanno concordato i relatori, che senza costituire una designazione ufficiale — un Papa non sceglie il successore — indicava con chiarezza dove Francesco vedesse riposta una parte del futuro della Chiesa.

Piqué ha anche restituito il volto più privato di Bergoglio, ricordando la telefonata a sorpresa ricevuta dopo la sua prima intervista al futuro Pontefice, quando ancora nessuno sapeva chi fosse davvero quel cardinale schivo e poco avvezzo ai media. Sulla stessa linea si è mosso Cernuzio, raccontando il rapporto personalissimo nato da una lettera scritta a bordo di un aereo durante il viaggio in Iraq del 2021, e proseguito fino agli ultimi giorni di vita di Francesco: un Papa che amava essere chiamato “Padre” più che “Santità”, capace di gesti di enorme umanità accanto al peso della responsabilità globale.

Gian Giacomo Migone, Salvatore Cernuzio, Luca Rolandi, Elisabetta Piqué e Gerard O’Connell

Il frutto del Concilio Vaticano II
Gerard O’Connell, vaticanista di America Magazine e della BBC, ha inserito la vicenda in una cornice storica più ampia: quella di una Chiesa che, dopo secoli di baricentro italiano ed europeo, si è fatta davvero universale nel segno del Concilio Vaticano II. Bergoglio, ha spiegato, è stato il primo grande frutto di quella stagione, nata in America Latina dopo la Conferenza di Aparecida; Prevost, missionario agostiniano poi vescovo a Chiclayo, ne è il secondo. Un dettaglio che O’Connell ha voluto sottolineare con forza: nell’ultimo conclave, uno ogni quattro cardinali elettori proveniva da un ordine religioso, una percentuale che non si vedeva dai tempi immediatamente successivi alla Riforma protestante — segno, per lui, di una Chiesa che torna a cercare nel carisma delle comunità religiose ciò che la struttura burocratica da sola non riesce più a offrire.

Un americano che non parla come Trump
Particolarmente sentito il passaggio dedicato al significato politico dell’elezione di un Papa nato a Chicago. O’Connell ha insistito su un punto: per decenni la critica rivolta a Francesco negli Stati Uniti era che, da argentino, non comprendesse fino in fondo la realtà americana. Con Leone XIV, arrivato a dire “la stessa cosa di Francesco ma in lingua americana”, quella scusa non regge più. Un Papa statunitense e insieme latinoamericano nel cuore — per la lunga esperienza pastorale in Perù, dove secondo Cernuzio si è consumata la vera svolta della sua vita, tra alluvioni, pandemia e povertà — che parla di migranti, di pace e di giustizia sociale proprio nella lingua di un Paese oggi attraversato da tensioni sempre più aspre.

Le donne, la teologia della liberazione, il mosaico dei numeri
Il dibattito, seguito con attenzione da un pubblico numeroso, si è arricchito nel confronto con la sala: una domanda ha richiamato la progressiva apertura di ruoli apicali alle donne in Vaticano, da suor Simona Brambilla a Raffaella Petrini fino alla recente nomina a capo della sala stampa; un’altra, del professor Antonello Famà, ha toccato il rapporto — spesso rimosso nel dibattito pubblico italiano — tra i due pontificati e la teologia della liberazione latinoamericana, con riferimento alla figura di Gustavo Gutiérrez. Non è mancata la domanda “birichina”, come l’ha definita lo stesso professor Giangiacomo Migone, storico delle Americhe, su come i due vaticanisti siano riusciti a ricostruire con tanta precisione i numeri delle votazioni in conclave, nonostante il vincolo di segretezza: la risposta, arrivata da entrambi gli autori, è quella di un lungo lavoro di fiducia costruito in anni di frequentazione con i porporati, un “mosaico” di conferme incrociate più che di rivelazioni dirette.

Proprio Migone, unica voce non giornalistica del panel, ha offerto la lettura più squisitamente politica della serata: nei due pontificati ha visto un'”utopia di rilievo”, per usare l’espressione della pensatrice cattolica Barbara Ward — un orizzonte che non si realizza mai del tutto ma che orienta scelte e giudizi, in un tempo segnato dalla concentrazione di potere e ricchezza e dalle nuove sfide poste dall’intelligenza artificiale, tema al centro della prima enciclica di Leone XIV.

Una serata di scoperta
A chiudere l’incontro, promosso in collaborazione con la casa editrice Lindau, è stato lo stesso Rolandi, ringraziando relatori e pubblico per una serata che ha restituito ai presenti — è parso evidente dal clima della sala — non solo informazioni, ma il desiderio di approfondire ulteriormente le due biografie di uomini diventati Papi. Un invito, tra le righe, a leggere i libri presentati: “Padre” di Cernuzio e “L’ultimo conclave” di Piqué e O’Connell, oltre ai documentari già realizzati e a quelli in uscita sulla vita di Robert Prevost. Perché, come ha ricordato più volte la serata, dietro le encicliche e i discorsi ufficiali di un Papa, a fare la storia sono spesso gli incontri più semplici e imprevisti: una lettera scritta di notte, una messa celebrata insieme quando nessuno dei due sapeva ancora cosa sarebbe diventato.