Armenia, terra senza pace a Est dell’alba
La memoria di un popolo che non si arrende

di Giulio Steve

Nell’autunno del 2023 l’intera popolazione armena del Nagorno-Karabakh ha lasciato la propria terra dopo l’invasione delle truppe azere. Un’intera comunità, in poche settimane, cancellata da un territorio dove viveva da secoli. È in questo scenario, già drammaticamente prevedibile, che a Torino, il 22 aprile 2022, si è tenuto il convegno “Armenia, terra senza pace a Est dell’alba”, organizzato dal Centro Federico Peirone dell’Arcidiocesi di Torino insieme all’Associazione solidale As.So. e alla Fondazione Carlo Donat-Cattin, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Armenia in Italia e del Consiglio Regionale del Piemonte. Gli atti di quell’incontro, pubblicati solo di recente, restano un documento prezioso: aiutano, come scrive nella prefazione Gianfranco Morgando, “a non voltare la testa dall’altra parte”.

Un popolo cerniera, da sempre

Ad aprire i lavori, dopo l’introduzione di Augusto Tino Negri, presidente del Centro Peirone, è stato Baykar Sivazlian, armenista e presidente dell’Unione Armeni d’Italia, che ha raccontato la storia armena come quella di un popolo-cerniera fra Oriente e Occidente: dai re incoronati a Roma in epoca imperiale, al piccolo regno di Cilicia che per secoli fece da avamposto delle repubbliche marinare italiane nel Mediterraneo orientale, fino alla sopravvivenza sotto ottomani, persiani e russi. Una capacità di adattamento pagata a caro prezzo, culminata nel genocidio del 1915-1917, quando – ha ricordato Sivazlian – tra un milione e mezzo e due milioni di armeni furono sterminati. Oggi gli armeni nel mondo sono circa undici milioni, ma solo tre vivono in Armenia e in Artsakh: la diaspora, tra Stati Uniti, Russia e Francia, è la cifra stessa della loro storia.

Religione e guerra: un intreccio complesso

Aldo Ferrari, docente di lingua e letteratura armena a Ca’ Foscari, ha affrontato il tema più delicato del convegno: quanto pesi la religione nel conflitto del Karabakh. La sua risposta, sfumata e onesta, rifiuta le semplificazioni: il primo conflitto, quello del 1992-94, nasce da rivendicazioni territoriali ereditate dai confini disegnati da Mosca negli anni Venti, in un contesto ancora segnato dalla laicizzazione sovietica. Il secondo, esploso nel 2020 e concluso con la vittoria azera, ha invece una dimensione simbolica pesantissima: la sistematica distruzione dei monumenti armeno-cristiani, decine di chiese e migliaia di khachkar, le croci di pietra, cancellati per negare la stessa presenza storica del popolo armeno su quei territori. Un patrimonio che rischia oggi la stessa sorte in tutto l’Artsakh abbandonato.

Il convegno nella Sala conferenze di Palazzo San Celso al Polo del ‘900

I Giusti, dal passato al presente

Particolarmente toccante l’intervento di Pietro Kuciukian, console d’Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo, la Foresta dei Giusti. Figlio di un sopravvissuto al genocidio imbarcato dodicenne verso Venezia, Kuciukian ha ripercorso i luoghi dello sterminio – Zeitun, Sasun, Van, Urfa, Deir ez-Zor – e le storie di chi, in mezzo all’orrore, scelse di salvare vite armene: il tedesco Armin Wegner, che fotografò il genocidio e più tardi si oppose a Hitler; l’arabo Fayez El Ghossein, testimone diretto delle stragi; la famiglia ebrea Aaronson, che pagò in oro per salvare armeni ed ebrei insieme. E poi i Giusti contemporanei: il giornalista turco-armeno Hrant Dink, ucciso nel 2007 per il suo sogno di riconciliazione, e lo scrittore azero Akram Aylisli, perseguitato in patria per aver denunciato i pogrom anti-armeni. Le loro parole, lette da Kuciukian, restano un monito contro chi semina odio per convenienza politica.

La memoria custodita dai monasteri

Padre Hamazasp, priore del monastero mechitarista di San Lazzaro a Venezia, ha ricordato come la piccola isola della laguna sia diventata, dal Settecento, un vero e proprio scrigno dell’identità armena: grammatiche, il primo vocabolario armeno, traduzioni dei classici occidentali in armeno e viceversa, scuole per i profughi del genocidio in Siria, Libano, Egitto e Argentina. Un lavoro paziente, portato avanti da Mechitar di Sebaste e dai suoi successori, per “creare una patria” fatta di lingua e cultura quando quella fisica veniva negata. Sulla stessa linea l’archimandrita Tirayr Hakobyan, responsabile della Chiesa armena apostolica in Italia, che ha descritto il cristianesimo come colonna portante dell’identità armena: una fede che, nelle parole del generale Vardan Mamikonian riportate dallo storico Yeghishe, “è diventata come il colore della nostra pelle”.

Perché questa memoria riguarda anche noi

Il convegno si è chiuso con l’inaugurazione della mostra fotografica “Armenia oggi tra passato e futuro” del fotografo Garen Kökciyan. Ma il filo che lega tutti gli interventi è più ampio di una singola giornata di studio: è l’urgenza di raccontare un popolo cristiano stretto tra due vicini ostili, Turchia e Azerbaigian, in un’area che l’Occidente ha troppo spesso guardato con distrazione. Oggi, con l’Artsakh svuotato e l’Armenia stessa sotto pressione, rileggere questi atti significa capire che la storia, quando viene ignorata, si ripete. E che raccontarla, come hanno fatto i relatori riuniti a Torino, resta il primo modo per impedirlo.

Inaugurazione della mostra fotografica “Armenia oggi tra passato e futuro” del fotografo Garen Kökciyan