Torino, trent’anni dopo: quando le carte del Novecento tornano a parlare
A Palazzo dell’Archivio di Stato di Torino, il convegno per il trentennale della Fondazione Carlo Donat-Cattin ha riunito storici, archivisti e istituzioni attorno a un tema tutt’altro che polveroso: il futuro della memoria politica italiana
di Giulio Steve

Il convegno nella sala dell’Archivio di Stato di Torino
Il 18 e 19 marzo 2022, nella sala conferenze dell’Archivio di Stato di Torino, si è consumato un rito che in Italia si celebra troppo di rado: due giornate intere dedicate a chiedersi, con serietà e senza retorica, a cosa servano davvero gli archivi dei partiti politici del Novecento. L’occasione era il trentennale della Fondazione Carlo Donat-Cattin, nata il 9 marzo 1992 per volontà della famiglia dello storico ministro democristiano, scomparso l’anno prima. Ma il convegno, organizzato insieme alla Fondazione Goria, ha saputo trasformare una ricorrenza celebrativa in un cantiere di riflessione condivisa, capace di mettere attorno allo stesso tavolo il Ministero della Cultura, la Regione Piemonte, il Comune di Torino e le quattro grandi tradizioni politiche del secolo scorso: cattolica, comunista, liberale e socialista.
Un patrimonio fragile, un Paese che fatica a conservarsi
Ad aprire i lavori è stato Claudio Donat-Cattin, presidente della Fondazione, che ha voluto dedicare un pensiero alla popolazione ucraina, colpita in quei giorni dall’invasione russa: un richiamo alla storia che tornerà, non a caso, più volte nel corso del convegno. Accanto a lui, Marco Goria ha ricordato l’insegnamento che gli fu trasmesso vent’anni fa da Flavia Nardelli, storica segretaria dell’Istituto Sturzo: “le fondamenta di una fondazione sono i suoi archivi”.
Da Roma, la direttrice generale Archivi del Ministero della Cultura Anna Maria Buzzi ha fornito numeri che restituiscono la dimensione del problema: 1.500 chilometri lineari di documentazione conservata in Italia, un milione di euro stanziato per il riordino degli archivi dei partiti e altri 100 milioni destinati, nel prossimo triennio, alla carenza di spazi che soffoca gli istituti di conservazione. Il giorno seguente sarà il soprintendente Stefano Benedetto a spiegare perché gli archivi del Novecento siano, paradossalmente, i più a rischio: una mole di carte senza precedenti, prodotta su supporti scadenti – carta acida, lucidi, nastri e videocassette ormai illeggibili – e affidata quasi sempre, dopo la fine dei partiti che l’avevano generata, alla buona volontà di singoli custodi. A questo si aggiunge, ha osservato Benedetto, un nodo culturale non ancora sciolto: la memoria del Novecento resta terreno di scontro ideologico, ed è compito degli archivisti far prevalere “la buona storia” sulla ricerca dello scandalo a effetto.
Carlo Donat-Cattin, un archivio “disordinato” che racconta tutto
Il cuore della prima sessione è stata la presentazione dell’Archivio Carlo Donat-Cattin, ora finalmente digitalizzato e consultabile sulla piattaforma 9centRo del Polo del ‘900. Mariapia Donat-Cattin, figlia del ministro, ne ha ripercorso la genesi con un intervento tanto rigoroso quanto commosso: le carte del padre, ha raccontato, erano prive di qualsiasi ordine sistematico, perché Carlo Donat-Cattin “non pensava a costruire un archivio”, ma viveva ogni impegno nel presente. Da quel disordine apparente emerge però un filo rosso coerentissimo: dalla “terza via” tra capitalismo e collettivismo teorizzata già nel 1947, fino allo Statuto dei lavoratori del 1970, che porta la sua firma insieme a quelle di Brodolini e Giugni. L’archivista Valeria Mosca, che lavora su quelle carte da quasi trent’anni, ha illustrato il lungo lavoro di informatizzazione che ha permesso di collegare documenti, fotografie e audiovisivi in un contesto organico, restituendo profondità a una figura spesso ridotta a macchietta.

Mariapia Donat-Cattin traccia un profilo di suo padre Carlo Donat-Cattin e del suo archivio personale
La rete degli archivi cattolici piemontesi e il ruolo delle fondazioni
La seconda giornata si è aperta con gli interventi di Gabriella Serratrice (Regione Piemonte) e Alessandro Bollo, direttore uscente del Polo del ‘900, che ha raccontato la nascita della piattaforma 9centRo: quasi 700mila oggetti digitali, 600 fondi, il 65% di natura politica, e un incremento di utilizzo del 443% durante la pandemia, con quasi tre quarti degli utenti provenienti da fuori Torino. Un dato che smentisce, numeri alla mano, l’idea di archivi come luoghi polverosi e residuali.
Gianfranco Morgando (Fondazione Donat-Cattin) e Carlo Cerrato (Fondazione Goria) hanno poi presentato il progetto più ambizioso emerso dal convegno: una rete degli archivi della Democrazia cristiana e del cattolicesimo politico piemontese, che vuole andare oltre i grandi leader nazionali per recuperare la dimensione periferica del partito – sezioni comunali, comitati provinciali, testate locali dimenticate come “Settegiorni” – insieme a esperienze di confine come il dissenso cattolico torinese o l’archivio del Centro Italiano Femminile.
La tavola rotonda: quattro culture, una sola urgenza
A chiudere il convegno, una tavola rotonda che ha messo a confronto Valdo Spini (Aici), Nicola Antonetti (Istituto Sturzo), Giuseppe Benedetto (Fondazione Einaudi) e Gregorio Sorgonà (Fondazione Gramsci). Nonostante provenienze culturali lontanissime, i quattro relatori sono stati concordi su una stessa diagnosi: la Prima Repubblica è stata liquidata frettolosamente tra il 1992 e il 1994, lasciando un vuoto di linguaggio politico mai davvero colmato. Giuseppe Benedetto ha parlato apertamente di “moneta falsa”, la dicotomia centrodestra-centrosinistra che ha sostituito culture politiche riconoscibili. Sorgonà ha ricordato che la conoscenza storica è “un antidoto alle crisi delle democrazie”, mentre Antonetti ha insistito sul bisogno di superare le letture schematiche della Dc come “partito-continente”. Tutti concordi, infine, su un punto molto concreto: le fondazioni culturali private svolgono una missione pubblica che merita sostegno strutturale, non solo bandi emergenziali legati al Pnrr.
Perché questo convegno conta
Al netto della cornice celebrativa, quanto emerso a Torino racconta una tensione più ampia, che riguarda l’intero Paese: gli archivi politici del Novecento non sono reperti da museo, ma strumenti attivi per capire un presente sempre più frammentato. Lo ha detto con chiarezza la direttrice del comune di Torino Rosanna Purchia: “non vi è futuro senza memoria”. Lo ha ribadito, in un breve videomessaggio, il ministro Dario Franceschini, sottolineando il rischio concreto di dispersione che grava ancora su un patrimonio “sconfinato”. Restano da capire i modi concreti – fondi, personale, spazi – con cui questo patrimonio potrà essere davvero salvato. Ma il fatto che cattolici, comunisti, liberali e socialisti abbiano scelto di discuterne insieme, nella stessa sala, è già di per sé una notizia: la memoria condivisa, quando la si prende sul serio, può ancora essere un terreno di incontro, prima che di scontro.

Gregorio Sorgonà, Valdo Spini, Nicola Antonetti e Giuseppe Benedetto