
Ottant’anni dopo Camaldoli
Quando un gruppo di giovani intellettuali cattolici immaginò l’Italia che sarebbe nata dalle macerie
di Giulio Steve
Nella sala del Polo del ‘900 , Torino, 7 luglio 2023, si respira un’aria insolita per un convegno storico: non la stanca celebrazione di un anniversario, ma la sensazione viva che si stia parlando di qualcosa che riguarda ancora oggi. Il titolo scelto dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin, che ha organizzato l’incontro insieme a Istoreto e al coordinamento del Polo del ‘900, è già un programma: “La rivolta morale. Ottant’anni del Codice di Camaldoli (1943-2023)”. Un titolo che promette e mantiene: per un’intera giornata, storici, giuristi e studiosi hanno provato a restituire il senso di un documento che in pochi conoscono nei dettagli, ma che ha attraversato in profondità la storia dell’Italia repubblicana.
Un convegno dentro un progetto più grande
L’incontro apre — non formalmente, ma nello spirito — il ciclo triennale promosso dalla Città di Torino insieme al Polo del ‘900 per gli ottant’anni della Resistenza (2023-2025). Lo spiega bene, nel suo saluto, il direttore della Fondazione Donat-Cattin, Gianfranco Morgando: la Fondazione ha scelto di occuparsi in particolare della partecipazione dei cattolici alla Resistenza, un tema studiato in passato ma un po’ trascurato negli ultimi anni. E se il luglio del ’43, con l’incontro di Camaldoli, sembra a prima vista lontano dai fatti drammatici che seguiranno — l’8 settembre, l’occupazione, la lotta armata — in realtà quella settimana di riflessione avvia un lavoro intellettuale che sfocerà, due anni dopo, nella pubblicazione del testo che tutti chiamano “Codice di Camaldoli”. Un documento nato — lo ricorderà più volte la giornata — non come un codice in senso stretto, ma come un contributo aperto, un primo passo da cui ripartire.
A dare il benvenuto anche Alberto Sinigaglia, presidente del Polo del ‘900, che colloca l’iniziativa nell’anno degli ottant’anni dall’inizio della Resistenza, e Luca Rolandi, curatore del convegno, che apre la prima sessione ricordando i nomi che si riunirono sulle pendici del Casentino: da Giuseppe Capograssi a Sergio Paronetto, da Pasquale Saraceno a Ezio Vanoni, fino alla figura defilata ma decisiva di Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI.

Gianfranco Morgando, Luca Rolandi e Alberto Sinigaglia
Cattolici, fascismo e “terza via”: la lezione di Paolo Acanfora
Il primo a intervenire è Paolo Acanfora, storico dell’Università di Roma, che sostituisce Renato Moro con una relazione densa sul rapporto tra mondo cattolico e fascismo. Punto di partenza quasi provocatorio: contro certe semplificazioni recenti che vorrebbero il fascismo come “regime clericale”, Acanfora ricostruisce con precisione un rapporto molto più conflittuale, culminato nello scontro — vero nodo irriducibile — sulla pedagogia totalitaria: per la Chiesa era inaccettabile che lo Stato pretendesse di educare le giovani generazioni escludendo ogni altra autorità morale.
È in questo contesto che nasce la categoria di “afascismo”, coniata da Renzo De Felice e ripresa da Renato Moro: non antifascismo politico, ma un dissenso morale, culturale, che matura soprattutto negli ambienti della Fuci e del Movimento Laureati. Da lì, spiega Acanfora, escono gli uomini che lavoreranno al Codice, e la loro proposta di “terza via” — tra capitalismo di Stato e collettivismo — si articola su tre piani: l’economia mista, i diritti della persona umana di matrice tomista, e un’idea di nazione depurata dal nazionalismo esasperato, distinta — con Sturzo — dal sano “amor di patria”.
Le radici filosofiche e giuridiche: Capograssi, Maritain, Malines
Segue Renato Balduzzi, giurista e costituzionalista, che affronta con ironia e rigore le “radici filosofiche e giuridiche” del Codice. Il suo intervento smonta alcune semplificazioni: il testo non nasce da un’improvvisa scoperta di Malines (il precedente “codice sociale” belga del 1927), né da una lettura diretta di Mounier, ma da un lavoro originale che va oltre quei riferimenti. Centrale è invece l’apporto di Giuseppe Capograssi, il più influente giurista italiano della prima metà del Novecento, cui si devono probabilmente i primi articoli introduttivi del testo, quelli sul fondamento spirituale della vita sociale. E c’è un “maritenismo presupposto”: mai citato esplicitamente, ma presente nell’idea di un umanesimo integrale capace di tenere insieme fede e storia senza cadere né nell’integralismo né nel disumanismo dei totalitarismi. Balduzzi si sofferma anche su due intuizioni sorprendentemente moderne del Codice: la funzione redistributiva della tassazione e l’organizzazione sanitaria decentrata sul territorio, che anticipa di trentacinque anni il Servizio Sanitario Nazionale.

Paolo Acanfora, Renato Balduzzi e Luca Rolandi
La genesi di un testo nato sotto le bombe
Nel pomeriggio, coordinato da Marta Margotti, il convegno entra nel vivo della storia concreta del documento con Tiziano Torresi. Il racconto è quasi cinematografico: l’idea nasce il 7 novembre 1942, mentre in Nordafrica si combatte la battaglia di El Alamein; prende forma dopo il radiomessaggio natalizio di Pio XII, che parla apertamente di un “nuovo ordine” da costruire; il convegno viene fissato dal 18 al 24 luglio 1943 — e proprio il 19 luglio Roma viene bombardata per la prima volta. Da quel momento tutto cambia: il problema non è più aggiornare un vecchio testo, ma ripensare da zero il futuro di un paese che sta per perdere il fascismo. La redazione vera e propria si svolge nell’inverno più duro, quello della Roma occupata dai nazisti, tra la casa di Paronetto in via Reno, quella di Saraceno — che faceva la spola in bicicletta tra i vari collaboratori — e la clinica dove si nascondeva Vanoni. Il volume, intitolato Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale, esce solo nella primavera del 1945, per la scarsità di carta.
Un movimento, non solo un manifesto
Ernesto Preziosi allarga lo sguardo dal piccolo gruppo di intellettuali all’intero mondo cattolico organizzato, ricordando come le idee di Camaldoli si diffusero capillarmente grazie alla rete associativa — Acli, Coldiretti, Centro Sportivo Italiano — e alla stampa cattolica, che raggiungeva centinaia di migliaia di case. Un passaggio dedicato al ruolo, spesso dimenticato, della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, decisiva nell’alfabetizzazione civile delle donne italiane in vista del primo voto del 1946.
Chiude i lavori Nicola Carozza, che ridà volto e nome ai “protagonisti minori” del Codice — tra cui Angela Gotelli, futura costituente, e Aurelia Bobbio — sottolineando come quella generazione, giovanissima e priva di certezze sul proprio futuro, abbia scelto comunque di pensare in grande, “a lungo termine”, gettando le basi di una classe dirigente che avrebbe poi scritto la Costituzione.
Un’eredità da riprendere, non da imitare
Ciò che emerge, alla fine della giornata, non è la tentazione nostalgica di “tornare a Camaldoli” come a una formula magica. Più volte i relatori mettono in guardia da questo rischio: il contesto di allora — guerra, macerie, un fascismo appena crollato — non è ripetibile, e trattare il Codice come un talismano tradirebbe proprio lo spirito con cui fu scritto. Ciò che resta valido, semmai, è il metodo: la capacità di tenere insieme dottrina e concretezza, competenza tecnica e responsabilità morale, il coraggio di guardare al futuro anche quando il presente non offre alcuna certezza. Un metodo che il convegno torinese, in attesa del grande appuntamento di Camaldoli del 21 luglio con il presidente Mattarella, ha saputo restituire con la profondità e la passione di chi crede che la memoria, per essere utile, debba sempre guardare avanti.

Ernesto Preziosi, Tiziano Torresi, Marta Margotti e Nicola Carozza